Missione in amicizia e fraternità
Sono arrivato in Congo la prima volta il 9 settembre 1972. Da allora, è passato un po’ di tempo e sono cambiati diversi stili di missione. All’epoca, mi sono inserito nella diocesi di Uvira, servita solo dai missionari italiani con il vescovo mons. Catarzi. Distinguerei tre momenti diversi, anche se non si può dire che tutto sia è avvenuto in modalità così nette.
Missione nel servizio sociale (con la preposizione PER). Promuovere un mondo migliore e una migliore qualità di vita per tutti. La missione nel 1972 era rivolta soprattutto per l’aiuto alle popolazioni povere. Erano i primi anni dopo il concilio Vaticano II e si dava importanza alla condizione e alla dignità dell’uomo e della donna. Eravamo impegnati in attività di sviluppo, nella costruzione di scuole, dispensari, fontane nei villaggi, chiese e ambienti per incontri. Lavoravamo per la gente ed eravamo orgogliosi di essere missionari del Vangelo, ‘benefattori’ di una popolazione bisognosa di tutto. Le iniziative erano utili dopo la rivoluzione degli anni sessanta ed erano benedette dalle autorità e dalla gente. Gli aiuti dall’Italia non mancavano e l’organizzazione diocesana era perfetta nel servizio alle nostre comunità, lontane dal centro più di 300 km. Arrivava l’economo diocesano con i camion alla mia missione di Kitutu con giorni e notti di viaggio e con strade impossibili. Arrivavano a noi le cose più semplici, come il cibo per la nostra tavola, alle cose più complicate per le costruzioni (cemento, lamiere, carburante…).
Missione nell’amicizia (con la preposizione CON). In un secondo momento, ci siamo aperti alla collaborazione con la gente, a lavorare unitamente, nell’amicizia… Era il tempo in cui in Europa si respirava aria di democrazia con la caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989) ed era anche il tempo in cui l’Africa chiedeva libertà, partecipazione democratica alla cosa pubblica, responsabilità per l’avvenire. Nelle comunità cristiane c’erano già strutture di incontri comunitari. Nella città di Bukavu, capoluogo della regione del Kivu, in particolare ci siamo rinnovati in molte cose. Operavamo con la gente, con il loro consiglio, con la loro partecipazione. Sono sorti vari gruppi di animazione nelle attività nei vari settori: liturgica, sviluppo, igiene e sanità, economia, cultura, educazione civile… Papa Francesco in Fratelli tutti chiede l’amicizia sociale che permette di cercare insieme il bene comune (FT 198-205).
Missione nella fraternità (con la preposizione IN). La missione nella fraternità si realizza quando si entra nel cuore della popolazione, quando il missionario si innesta nella cultura, assume i problemi della gente, studia a perfezione la lingua, ha stima della diversa mentalità, si appassiona e abbraccia la ricchezza delle tradizioni. Anzi, si può parlare di missione solidale: camminare insieme nel ritmo e con le sollecitazioni culturali del paese, accogliendo problemi, adottando stili di vita locali, crescendo insieme.
In un viaggio nel nord del Camerun, ho visitato un missionario di nazionalità francese, che viveva in una capanna rotonda, di modesta grandezza, con un unico spazio interno. Il padre vi abitava con lo studio, la cucina, la stanza da letto e sotto il letto la bara, che volentieri cedeva alla morte del primo catechista. P. Giuseppe Pulcini, che mi accompagnava, ha portato un chilo di spaghetti, che abbiamo cotto e consumato a mezzogiorno in quattro. Gli spaghetti erano l’unica cosa estranea allo stile di vita del confratello che ci ospitava. Ed erano buoni!
Un esempio più vicino a noi è quello di p. Marino Rigon, missionario in Bangladesh. Si è inserito molto bene nella cultura locale e, tra altre iniziative, si è fatto divulgatore della poesia di Tagore, il grande poeta del paese, pubblicando le sue opere in Italiano.
Il cammino di solidarietà e anche sinodale porta certamente a scelte belle e difficili. Nella missione non siamo più protagonisti, non siamo più soli, non siamo più clericali, ma siamo inseriti in un corpo pieno di vita, dove si cammina insieme, dove ognuno è in comunione e si sente parte integrante, dove ognuno contribuisce con i suoi doni alla missione, dove si assume linguaggio e stile di vita, dove i nuovi paradigmi sono dettati dalla cultura del posto.







