Mamma Lucia: cieca, con sei figli
Mai Lucia (tutte le persone adulte qui in Mozambico sono chiamate mai o pai, cioè mamma o papà, che sta per signora o signore, come segno di rispetto) è venuta a cercare il missionario all'inizio di febbraio per una necessità urgente. La casa dove vive è in affitto e il padrone tra poco la sfratterà perché ci verrà ad abitare suo figlio. Lei non sa dove andare. Chiede una "palhota", una casetta tradizionale con le pareti di fango seccato: praticamente, una capanna.
Al "ponte dei ciechi"
Lucia viene da "luce", ma lei è cieca. La luce dei suoi occhi è Paolino, il figlio maggiore di quattordici anni, che le fa da guida e l'accompagna sempre. È diventata cieca durante l'adolescenza a causa di una malattia. Ha altri cinque figli; il più piccolo ha pochi mesi e l'ha avuto dal secondo uomo (non si può chiamare marito, perché andava a trovarla ogni tanto e quando è rimasta incinta si è eclissato). Il marito è morto cinque anni fa nell'ospedale di Beira, durante un'operazione allo stomaco, quando improvvisamente è mancata l'energia elettrica, complicando il seguito dell'operazione.
Mai Lucia da sola sostiene la sua famiglia. Tre volte la settimana va a Beira, capoluogo di provincia che dista circa 30 chilometri da Dondo. Chiede l'elemosina al "ponte dei ciechi", un ponte che tutti conoscono e frequentato da ciechi. Il trasporto pubblico in machibombo (corriera) è gratuito per ciechi e handicappati.
Rimasta senza casa
Dopo la sua visita, parlo con pai Pocar, responsabile della Caritas parrocchiale, perché si informi bene della situazione sul posto; coinvolgo anche pai João, animatore della comunità "Santa Terezinha" perché in quella zona c'è il pastore di una chiesa protestante che ha offerto un pezzo di terra (circa metri 10 x 6) dove costruire la "palhota". Mai Lucia la vorrebbe con una saletta e due stanze, perché Paolino ormai è grande e non può più dormire con la mamma.
Pochi giorni dopo, su invito della stessa mai Lucia, vado anch'io a vedere il terreno e anche dove vive in affitto. È una casa di blocchi di cemento, che in Italia andrebbe bene come pollaio, ma qui è abbastanza normale. Il giorno dopo Pocar mi informa che mai Lucia è stata sfrattata subito dopo la mia visita.
Espulsa da casa, mai Lucia con i suoi figli trova rifugio temporaneo in una palhota che il pastore protestante mette a disposizione, in attesa che venga costruita la nuova casa, proprio a fianco della sua chiesa, una specie di capannone coperto, alto fino a 4 metri e circondato da pareti alte circa un metro e mezzo.
I giovani danno una mano
Organizziamo la costruzione della casa con p. Andrea Facchetti, giovane saveriano mantovano arrivato in Mozambico lo scorso settembre. Ne discute alla riunione degli scout: "Si può fare", è la risposta unanime. Pochi giorni prima era arrivata un'offerta con la quale abbiamo già aiutato due mamme vedove a riparare il tetto.
Gli scout della parrocchia e alcuni giovani della comunità "Santa Terezinha" cominciano i lavori con diversi giorni di ritardo per le piogge intense, come non si vedevano da molti anni. Si lavora mattino e pomeriggio e alcune nonne preparano un sostanzioso pranzo di riso, fagioli e foglie di manioca. La costruzione della struttura procede bene e rapidamente; manca solo "maticare", cioè impastare il fango e spalmarlo sulla struttura per fare le pareti.
Qui i lavori rallentano un po' perché speravamo di trovare più solidarietà sul luogo con i vicini, cristiani e non cristiani: invece, pochi sono coloro che hanno aiutato. Comunque arriviamo alla fine e proprio ieri è stata montata la porta con il lucchetto, per completare definitivamente l'opera. Adesso manca solo la benedizione per entrare in casa e abitarla.
Una nuova casa è stata costruita insieme per mai Lucia e i suoi sei figli.
Questa è un'altra bella pagina di Mozambico, di Dondo e dei suoi abitanti: "una chiesa povera per i poveri", come vuole papa Francesco.








