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Mado non era nata così, Vivere l'handicap in Sierra Leone

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Il centro San Michele era, nel passato, una casa riservata al recupero dei ragazzi soldato della Sierra Leone. Oggi l'attenzione va su tante altre vittime della guerra, da inserire in ambiente familiare. Il racconto di padre Bepi presenta un aspetto dell'attività svolta attualmente dal centro.

Sono appena tornato da una visita a Mado. È una bambina di dieci anni che ho dovuto consegnare alle cure dell'ospedale perché peggiorava. Quando mi ha visto, mi ha abbracciato con quei suoi occhioni che le venivano fuori da un collare enorme che le hanno messo per aiutarla a non attorcigliarsi su se stessa.

Mado mi era stata portata da un campo profughi. Anch’essa, bambina della guerra. Ma non era nata così.

Mado sorride sempre

“Tu” - e mi attorciglio per imitare la sua condizione… e lei giù a ridere - “Tu, da sempre sei così?”… E lei, con la testa, mi fa capire di no. Non era nata deforme. Se fosse stato possibile intervenire prima, forse la si sarebbe potuta curare. Ma cosa potevano mai fare al campo profughi?
Non ho mai visto Mado arrabbiata per la sua condizione. Sorride sempre, come se tutto fosse normale, e della sua deformità ne fa un gioco. Sfida il suo amichetto Salam a chi arriva prima. Lui poliomielitico, lei deforme. Cadono entrambe, correndo sulla sabbia, e ridono una dell’altro.

Ora mangia da sola

Mado era contenta. Voleva farmi vedere che ora riusciva a mangiare senza essere imboccata e che ora ce la faceva anche a masticare. Quando era arrivata a San Michele, la si cibava a letto. Veniva imboccata mentre sedeva; poi si sdraiava, perché il cibo scivolasse verso la gola. Lo girava e rigirava per salivare il boccone e poi, dopo averlo inghiottito, su da capo a sedere per la prossima imbeccata.

Con la mano sinistra ha cercato di portare in bocca il lecca-lecca che le avevo dato, ma non ce l’ha fatta. Nell’entusiasmo, aveva sbagliato mano. Mi ha lanciato un sorriso per dirmi “aspetta”. Si incurvò quasi fino a terra per ricongiungere le mani; poi, passando il lecca-lecca alla mano destra, ce l'ha fatta a portarlo in bocca. Si mise a ridere di soddisfazione. Facendomi vedere che masticava, che da sola portava il cibo alla bocca, Mado voleva ringraziarmi.

"Ma non capisci…?"

Mado non sa parlare, ma quello che vuole te lo fa capire. Quando mi vede, mi chiede le caramelle. “Non ne ho”, le dico. Lei mi prende per mano e mi tira, fino a condurmi da chi le vende. Riesce a rispondere solamente con "sì" oppure "no". Un giorno mi fece capire che sì, andava a scuola; ma che no, non scriveva con la destra; era mancina. 

Mi tira verso la zanzariera del suo lettino. Ne vuole una nuova, perché quella ha troppi buchi. Punta il ditino verso il vaso di latte in polvere e scuote la testa più volte con un "no". Mi fa capire che vuole un barattolo di cacao e lo zucchero e anche il latte… e mena le manine come per “mescolarlo”. Scoppia a ridere, quasi a dirmi: “Ma insomma, povero gnocco, non capisci?"… E mi si accoccola addosso con quegli occhioni in su, che mi dicono tutto.

Un posto di transito verso una famiglia

A volte mi chiedono cosa faccio al centro San Michele, ora che l'attività dei ragazzi soldato é terminata. A dire il vero, un buon numero di ex-combattenti mi sono ancora attorno, anche se il problema è stato dichiarato chiuso ufficialmente. Ci sono anche le ragazze madri. E poi c’èMado; c'è la piccola Obila con un severo handicap; c'è Salam, il ragazzo poliomielitico; ci sono tanti altri come loro… Alcuni ragazzi devono frequentare regolarmente l’ospedale, per farsi curare da ferite subite durante la guerra. In mancanza di cure immediate, le ferite si sono trasformate in osteomielite e la cura è lunga.

Insomma, il centro San Michele è vivo, anche se resta sempre un “posto di transito”, perché la meta finale è la famiglia. Il numero delle famiglie coinvolte cresce continuamente. Non lontano da qui, sta sorgendo un piccolo villaggio con la sua scuola. Per ora sono casupole improvvisate; tetti e pareti in lamiera… ma presto sarà tutto trasformato. 

Vogliamo dare un indirizzo a tanti bambini che sono passati di mano in mano; un indirizzo che ridoni loro l’identità che hanno perso.



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