Leone XIV pellegrino in Africa
Papa Leone XIV ha iniziato i suoi viaggi del 2026 da uno dei paesi più ricchi e più piccoli, dove chiede senza ambiguità che la ricchezza sia messa a servizio “del diritto e della giustizia”. Nell’accogliere l’invito a visitare il Principato di Monaco, sabato 28 marzo, papa Leone ha intravisto la possibilità di parlare a tutti gli Stati ricchi, perché non confidino “nell’idolatria del potere e del denaro”. È proprio questa ricerca spasmodica a causare “guerre che insanguinano il mondo”. Affidarsi a questi idoli significa portare il proprio comportamento “all’ostentazione della forza”, aprendo alla “logica della prevaricazione”, attitudini che “danneggiano il mondo e compromettono la pace”.
Queste richieste di giustizia, equità e pace hanno fatto da introduzione al viaggio programmato in quattro nazioni dell’Africa. L’Algeria è stata la prima. Accogliendo l’invito del governo e dei responsabili ecclesiali, papa Leone ha messo l’accento sul dialogotra il mondo cristiano e quello musulmano, nell’intento di costruire ponti di contatto nella ricerca di un bene comune fondamentale che si chiama pace, armonia e comunione sociale. Nel suo viaggio, il Papa ha ricordato il 30° anniversario del martirio dei monaci di Tibhirine, veri testimoni della fraternità, uccisi in un contesto di guerra civile, non si sa ancora se dagli estremisti jihadisti o dalle forze del governo, in uno dei periodi più bui della storia del Paese. Il papa poi aveva espresso più volte il desiderio di visitare, come pellegrino, i luoghi di Sant’Agostino dal quale è nato l’Ordine degli Agostiniani al quale lui stesso appartiene.
Il Camerun era la seconda tappa. La nazione vive da alcuni anni una frattura armata tra la parte anglofona e quella francofona. Da anni, si combatte una guerra civile tra le forze armate regolari e gli indipendentisti che hanno causato uccisioni, fuga di popolazioni, insicurezza. Per questo Leone XIV ha visitato anche Bamenda, capitale della parte anglofona dove si è svolto “L’incontro per la pace”. Il pontefice porta con sé un’esortazione alla riconciliazione, affinché i popoli possano vivere in pace. Il motto di questa visita è infatti: “Che tutti siano uno”. È il messaggio rivolto anche ai detentori del potere nella responsabilità di sondare tutte le strade possibili per la ricerca della concordia e non abbandonarsi alla violenza della forza per risolvere i conflitti.
Il terzo paese era l’Angola. Anche qui il papa è stato invitato dal presidente Joaõ Lourenço. Ha trovato una nazione con forti contrasti. È uno dei maggiori produttori di petrolio in Africa, la cui ricchezza è distribuita in modo squilibrato. L’urbanizzazione è cresciuta enormemente, creando vaste periferie povere. Alla giovane popolazione (il 65% ha meno di 25 anni) mancano prospettive lavorative e di futuro. La Chiesa cattolica è molto radicata nella società con scuole, ospedali e opere sociali; rimane una voce critica su povertà, corruzione e ineguale distribuzione delle risorse. Il richiamo del papa sulla giustizia sociale e un’equa distribuzione delle risorse coinvolge chi di dovere sulle responsabilità etiche, per combattere la povertà e rispondere alle esigenze del popolo.
Conclude il lungo periplo la Guinea Equatoriale che vive il paradosso di essere ricco di risorse, soprattutto idrocarburi, con una popolazione in gran parte povera. Forti sono le disuguaglianze, con un accesso limitato a sanità e istruzione e una forte disoccupazione. Anche qui il papa ha messo l’accento sulla giustizia sociale e sull’attenzione ai giovani che rappresentano la metà della popolazione e che hanno bisogno di speranza.
In questi viaggi, il papa porta non solo il messaggio del Vangelo, della riconciliazione, della pace, del dialogo e della fraternità universale, ma anche quell’insegnamento Sociale della Chiesa che richiede attenzione per assicurare la dignità ad ogni abitante della terra. Come lui stesso ha ribadito in aereo, rispondendo agli attacchi del presidente Trump.







