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Le frontiere della missione, Siamo pronti ad affrontare il futuro

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Molti lettori conoscono mons. Giorgio Biguzzi, saveriano cesenate vescovo di Makeni, in Sierra Leone. Durante la sua ultima visita in Romagna, gli ho chiesto una testimonianza per questo mese missionario. Sono convinto che sarà apprezzata da tutti

Gesù ha mandato gli apostoli come suoi testimoni. Le scelte, le opere, i sentimenti del vescovo missionario continuano quella testimonianza evangelica, che riesce ancora a stimolare la fede. Lo ringraziamo. p. Agostino, sx

Sono nato a Calisese di Cesena nel 1936. Dopo aver frequentato le elementari e il seminario minore a Cesena, sono stato alunno del seminario regionale di Bologna, dove ho maturato la vocazione missionaria. Mi sono messo in contatto con vari istituti missionari e sono stato attratto dai missionari saveriani di Parma, dove mi avevano preceduto altri cesenati, padre Sacchetti e padre Alvisi.

Vescovo di Makeni

Dopo l’ordinazione sacerdotale sono partito per gli Stati Uniti, dove ho lavorato nella formazione e nell’animazione missionaria. Alla fine del 1974, mi hanno concesso di andare in missione, assegnandomi alla Sierra Leone.

II vescovo, mons Azzolini, mi ha chiesto di lavorare nel seminario della diocesi di Makeni. Oltre al seminario, facevo servizio pastorale nei villaggi vicini. In seguito, sono stato superiore dei confratelli saveriani della Sierra Leone. Inaspettatamente, nel 1984, sono stato richiamato in Italia, come “maestro” nel noviziato saveriano di Ancona. Ancora più inaspettatamente, qualche tempo dopo, mi hanno chiesto di guidare la diocesi di Makeni come successore di mons. Azzolini. Ho accettato pensando che il Signore si serve di cose piccole e inutili, perché risulti evidente che il Pastore è lui. Sono stato consacrato vescovo di Makeni il 6 gennaio 1987.

Il dramma della guerra

I primi anni di servizio episcopale sono stati un “apprendistato”. La diocesi era già ben avviata per il lavoro di mons. Azzolini e dei missionari saveriani. Si trattava di continuare sulle linee tracciate, tenendo conto delle nuove realtà emergenti e della crescita numerica del clero locale. Poi purtroppo, è scoppiata la guerra che nella fase acuta ha costretto tutti a battersi per la sopravvivenza. Il frutto di cinquant’anni di lavoro è stato distrutto in poco tempo; le comunità sono state disperse; le strutture saccheggiate. Quanti bambini trasformati in macchine da guerra! Quante persone uccise, mutilate, traumatizzate! Eravamo di fronte alle più impensate frontiere della missione.

La vita liturgica era diventata impossibile, mentre i sacerdoti e i religiosi rischiavano la vita o il sequestro. Io stesso mi sono trovato in mezzo a guerriglieri armati fino ai denti; ho rischiato di subire imboscate durante i miei spostamenti; ho dovuto trattare per il rilascio delle missionarie e dei missionari prigionieri; ho negoziato per la pace con i capi delle varie religioni; ho sostenuto la Caritas per la liberazione e il recupero dei bambini soldato.

Le sfide del futuro

La guerra disumanizza i combattenti; divide in buoni e cattivi, amici e nemici; scatena violenza e crudeltà.

In mezzo a questo dramma, però, ho visto esempi di coraggio e di generosità da parte della gente: ha aiutato i missionari e i loro sacerdoti; le comunità hanno continuato a radunarsi per la preghiera domenicale.

Con l’aiuto del Signore, la guerra in Sierra Leone è finita. Ora siamo nella fase della ricostruzione e della ripresa, verso una nuova evangelizzazione. Ho pensato di convocare tutta la diocesi e iniziare la preparazione di un sinodo diocesano per approfondire maggiormente la fede e far emergere sempre più il volto africano di Cristo in questa chiesa locale. Affronteremo insieme le sfide del futuro credendo, come Maria, che il Signore è fedele alle sue promesse e continua a operare meraviglie in noi e nel suo popolo.



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