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LA PAROLA
Diceva anche ai discepoli: “Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: «Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare». L’amministratore disse tra sé: «Che cosa farò ora che il mio padrone mi toglie l’amminstrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua». Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: «Tu quanto devi al mio padrone?». Quello rispose: «Cento barili d’olio». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta». Poi disse a un altro: «Tu quanto devi?». Rispose: «Cento misure di grano». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta». Il padrone lodò quell’amministratore ingiusto [CEI 2008: “disonesto”], perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce (Lc 16,1-8).

Il tema della ricchezza trova una risonanza enorme nel Vangelo di Luca, ne sono riprova in particolare i capitoli dal 16 al 20. Si tratta di un argomento spinoso come è bene dimostrato dalla presente parabola. Una prima spina l’abbiamo nel titolo posto all’inizio nelle diverse traduzioni: “l’amministratore infedele” o “disonesto”, aggettivi che sono indice di una precomprensione che ostacola l’intelligenza del testo. 

Sarebbe più consono alla parabola chiamare il personaggio centrale “amministratore scaltro” o “astuto”. Arrampicarsi sugli specchiè il detto che ben sintetizza la maggior parte dei commenti dedicati a questo brano. Non si ha qui la pretesa di rendere confortevole un testo che è e vuole essere sconcertante, tuttavia alcune osservazioni possono aiutarci a recuperare l’importanza di una parabola che non ha goduto della notorietà di altre. 

Il protagonista è un uomo ricco che chiede il resoconto da uno dei suoi amministratori accusato di sperperare i suoi averi. Il suo giudizio sembra non concedere scuse: ha sbagliato e deve andarsene. L’amministatore non risponde nulla, ragiona però dentro di sé, un artificio letterario che ci permette di porci le sue stesse domande: “Cosa farò?”. Notiamo che è un uomo determinato e che ammette con lucidità i propri limiti: alla sua età non può andare a zappare né a chiedere l’elemosina. 

L’astuzia diventa scaltrezza quando mette in atto una serie di azioni che danneggiano ancora di più il padrone. Usa i suoi beni per ridurre a proprio piacimento i debiti dei creditori. Spera così che qualcuno di loro lo accolga in casa sua una volta che sarà rimasto senza lavoro. Si rende conto che il tempo della vita si sta assotigliando e riscopre l’importanza di avere qualcuno che gli dia una mano nel momento del bisogno. La quantità che scala ai debitori è enorme: 50 su 100 barili d’olio, 20 su 100 misure di grano. È la prima volta che quell’uomo si trova dalla parte di chi è in debito col padrone. Ora, a sua volta, ha verso di lui un debito enorme. Certamente è un uomo molto magnanimo... con i beni che non sono suoi (ma esiste qualcosa che è mionostro?).

Eccoci alla terza parte del racconto che illumina tutto il resto. Quel signore lodò l’amministratore ingiusto (adikías) - cosa vera -, perché aveva saputo agire con sagacia (phrónimōs). Il motivo della lode non è l’ingiustizia, bensì la sua capacità di tirarsi fuori dai guai facendo una cosa impensabile: condividere i beni del padrone coi debitori, cioè coi poveri, i quali se ne andarono felici e contenti di essere stati alleggeriti da un giogo altrimenti pesantissimo.

La parabola si chiude con una sentenza che costituisce una delle chiavi interpretative: “I figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce”. Ricchezza e potere sono connotati negativamente nel Vangelo, ma sono caratteristiche di un mondo entro il quale vivono pure i figli della luce. Anche questi ultimi sono coinvolti nella dimensione della disonesta ricchezza. Di essa possono servirsi nella misura in cui non la servono, ma la mettono a disposizione dei bisognosi. Questa è la vera sagacia.



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