Fr. Giuseppe Zanini, missionario obbediente
La storia di alcuni missionari è stata così particolare che ogni tanto andrebbe riportata in primo piano, perché tutti la possano conoscere. Fratel Giuseppe Zanini, che ci ha lasciato il 18 maggio 1983, dopo aver trascorso gli ultimi anni della sua vita presso la comunità saveriana di Tavernerio, è uno di questi.
Il desiderio del sacerdozio
Nato a Sossano, in provincia di Vicenza, l'11 marzo 1905, Giuseppe aiuta la famiglia fino a 18 anni. Nel 1923, decide di entrare nell'istituto saveriano di Vicenza ed è accolto da p. Pietro Uccelli. L'anno seguente entra nel noviziato a Parma e diventa saveriano il 25 agosto del '25, con il numero 73. Conosce il fondatore beato Conforti, al quale rimane devotamente affezionato. A Parma gli sono affidate le attività di questuante, cuoco e ortolano.
Nel 1933 è destinato alla casa apostolica di Vallo della Lucania dove, per le sue qualità e lo spirito di fede, il vescovo chiede di averlo come segretario, disposto anche a ordinarlo sacerdote. Ma il superiore generale dei saveriani, p. Amatore Dagnino esprime un parere non favorevole. Fratel Zanini preferisce seguire l'ideale missionario, rinunciando al sacerdozio. Molti anni dopo, a Tavernerio, gli viene nuovamente proposta l'ordinazione sacerdotale. Il 14 aprile del 1976, con mano tremante, inoltra ai superiori la domanda. Ancora una volta, riceve una risposta negativa, che egli accetta con spirito di fede.
Prigioniero in Cina
Fratel Giuseppe si sente frustrato anche in un'altra sua aspirazione. Scrive: “Nel mio cuore arde continuamente il desiderio di andare in missione. Invece, sento dire che per i fratelli c'è poco da sperare. Io lo spero e desidero, perché per questo sono entrato nella congregazione saveriana”.
Il 7 settembre 1934, finalmente, parte per la Cina con altri sei saveriani, tra i quali p. Botton, ucciso in guerra dai giapponesi. Scrive di trovarsi bene, nonostante la difficoltà per la lingua: “I caratteri della lingua cinese mi fanno rompere la testa, ma per questo pazienza, perché a forza di mettere dentro, qualche cosa vi deve rimanere”.
Divide la sua attività tra la casa religiosa e la gioventù, a cui insegna le prime nozioni di catechismo. Durante la guerra cino-giapponese apre un dispensario, passandovi parte della giornata per curare malati e feriti. Nel 1942 è internato con altri missionari in un campo di concentramento. Erano chiusi in una pagoda “dove esisteva soltanto un po' di paglia per arredamento”. Vi rimane fino all'estate del 1945. La pace sperata, però, era soltanto un sogno.
L'avventura indonesiana
Nel 1948 i comunisti occupano la città e dopo un breve tempo di apparente tolleranza, iniziano la persecuzione contro i cattolici. Per i missionari giudicati e condannati a morte dai tribunali popolari, la pena di morte è mutata in espulsione. Raggiunto dall'ordine di espulsione nel 1953, fratel Zanini rimpatria. Dei vent'anni di Cina scriveva: “Il Signore mi fece la grazia di compiere qualche cosa a bene del popolo cinese. Vorrei aver fatto di più. Il mio entusiasmo per le missioni vive ancora in me come nei primi anni del mio apostolato”.
Due anni dopo, egli parte per l'Indonesia: altra lingua, altri costumi, altra religione. Raggiunge la missione nell'isola di Sumatra, prima nella città di Pajakumbuh e l'anno seguente a Padang, dove si trova bene anche con i musulmani. “La gioventù moderna sembra che simpatizzi per la chiesa cattolica. La comunità cresce di numero e fervore. Sto preparando i locali per 150 bambini dalla prima alla terza elementare. Anche la chiesa comincia ad essere insufficiente”.
Fratel Zanini era solo nella piccola missione. Da Bukitinggi padre Mario Boggiani lo raggiunge solo la domenica per celebrare la Messa. Scuola , catechesi, visita e cura dei malati, tutto pesa sulle sue spalle. Scrive: “la forza del passato non la sento più”.
Preghiera e concretezza
Fratel Giuseppe Zanini, sofferente di diabete e con il cuore in disordine, perde quasi completamente la vista. Nel 1975 dà l'addio definitivo alla missione, salutato da tutti: cristiani, musulmani, pagani e autorità locali. La comunità saveriana di Tavernerio diventa la sua casa. Da qui esce per fare apostolato nelle parrocchie.
Ma a causa della malattia, perde la vista dell'occhio sinistro e la vita corre rapidamente verso la fine. Il 18 maggio 1983, a 78 anni, muore nel sonno nella sua camera. La salma riposa nella tomba saveriana al cimitero di Parma.
La caratteristica più bella e profonda di fratel Giuseppe è stata la fede. Ci credeva! Pregava con la gente e pregava da solo. Pregava di giorno e soprattutto di notte. Ma era anche un uomo concreto. Diceva: “Se vogliamo lavorare, per prima cosa dobbiamo imparare a vivere. Se vogliamo vivere, la prima cosa che deve funzionare è la cucina”.
Ho conosciuto fratel Zanini durante la mia permanenza in Indonesia. Nonostante fossimo lontani e in isole diverse, durante i nostri incontri mi sentivo piccolo di fronte all'eroe espulso dalla Cina e al missionario solitario tra i musulmani. Ho compreso che i missionari, in un modo o nell'altro, sono tutti martiri della fede.








