La vocazione vista dai familiari
Come si vive la vocazione missionaria di un familiare, in questo caso mio fratello p. Claudio? I migliori testimoni sarebbero stati i miei genitori; ma credo di riuscire ugualmente a raccontarvi le loro sensazioni e le loro impressioni perché ho seguito anch’io, fin dall’inizio, il lungo cammino di preparazione al sacerdozio e alla vita missionaria di mio fratello.
Padre Claudio è entrato nel seminario saveriano di Cremona nel settembre 1966, quando io avevo solo un anno, per frequentarvi le Medie e, successivamente, l’Istituto Magistrale. I miei genitori hanno accolto da subito con gioia la sua scelta, considerandolo un dono che il Signore faceva loro, pur con le ansie tipiche di ogni buon genitore quando si tratta di decidere del futuro del proprio figlio. All’unica obiezione sollevata dalla mamma (“Perché proprio il missionario?”), lui rispondeva serenamente: “Devo andare là, hanno bisogno di me”. E con la mano indicava un luogo lontano. La sua determinazione ha convinto i miei genitori che l’hanno accompagnato e incoraggiato lungo tutto il cammino di preparazione: ben 13 anni per arrivare al sacerdozio nel settembre 1979.
Nelle frequenti visite domenicali che facevo a mio fratello dai saveriani di Cremona, ho imparato fin da piccolissima che il mondo non finiva a Pizzighettone o a Cremona, ma che c’erano persone diverse da noi per razza, lingua, cultura e soprattutto in condizioni economiche, sociali e sanitarie sfavorevoli, meritevoli proprio per questo di rispetto e solidarietà. Nella mia testa di bambina era scomodo accettare che così tante persone avessero tutti questi problemi e mi dispiaceva un po’che mio fratello non vivesse più in casa con noi, perché si stava preparando per andare ad occuparsi di loro … Per questo, ogni sua vacanza a casa era per me una festa, anche se lui puntualmente mi parlava dei bambini che muoiono di fame, delle capanne dell’Africa e degli Indios delle foreste e mi chiedeva qualche piccolo sacrificio, che io facevo brontolando.
È così che ora riesco a spiegarmi la mia passione per la geografia, le lingue straniere, le culture e le tradizioni di altri popoli. Ero molto orgogliosa di lui e me ne vantavo con i miei amici, perché io avevo un fratello speciale che loro non avevano. Alle obiezioni di parenti e amici (“è un figlio che perderete”, “se avrete bisogno non ci sarà”), mia mamma ha sempre ribadito con fermezza che piuttosto di perdere un figlio per droga o delinquenza, avrebbe preferito mille volte “perderlo” per il Signore e che per lei era motivo d’orgoglio. Anche il papà, pur non parlando molto, ha sempre sostenuto il cammino di Claudio e la testimonianza più luminosa ce l’ha fornita in occasione della sua malattia. Poco tempo prima di morire, avvicinandosi il Natale, il papà aveva espresso il desiderio che mio fratello, in un periodo così pastoralmente intenso, restasse in Brasile. E così è stato. E Claudio in una lettera aveva mostrato per questo gesto una profonda riconoscenza. “Devo ringraziare il Signore di aver avuto un papà che mi ha sempre amato e accompagnato nella mia vocazione, un papà buono e così missionario”.
Padre Claudio parte per la prima volta in missione nel dicembre 1983. Aveva sempre sognato l’Africa, ma il primo incarico disponibile è in Brasile. Dopo il primo impatto con la lingua portoghese e la cultura locale, arrivano le prime notizie della sua attività pastorale e sociale. Con esse le prime, discrete, richieste di aiuto. Ci siamo subito resi conto che avremmo dovuto sostenere anche noi la sua attività e che lui contava su di noi. Fin dall’inizio si è prodigato nel recupero dell’infanzia abbandonata, dei cosiddetti “meninos de rua”, nelle lotte sociali dei lavoratori e dei “senza terra”, nelle occupazioni delle case, affrontando sfide impari che sembravano perse in partenza. Ma lui ha sempre avuto una grande fede nella Provvidenza che non lo ha mai abbandonato e noi, a casa, a volte titubanti e dubbiosi, siamo stati smentiti dal suo coraggio, dalla sua intraprendenza e dalla sua serena fiducia nel Signore.
Cerchiamo tutti di fare ciò che possiamo per aiutarlo, ma dobbiamo ammettere che tante persone di buona volontà lo stanno facendo con noi già da anni, con costanza, nell’anonimato e con la preghiera. Ed è qui che avvertiamo anche noi la forza della Provvidenza e ne restiamo piacevolmente stupiti. Chi conosce un missionario e ne diventa amico, ne sposa inevitabilmente la causa perché porta con sé un’energia, un entusiasmo, una voglia di fare ed un ottimismo che sono contagiosi e che fanno tanto bene anche a chi, nel nostro tempo, non riesce più a gioire e ad apprezzare ciò di cui possiamo godere e in abbondanza.








