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La Vocazione, Un evento che cambia la vita

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Pietro Uccelli, nato a Barco nel 1874, un paesino a circa dieci chilometri da Reggio Emilia, era stato ordinato presbitero nel 1897 per la diocesi ed era stato assegnato come cappellano a San Terenziano di Cavriago. Il 9 ottobre 1900, don Pietro si reca a Parma per chiedere a mons. Conforti, allora vicario generale della diocesi di Parma e fondatore di un istituto missionario (i "Missionari Saveriani") che accettasse nel suo seminario missionario un suo fratello.

In quello stesso giorno, nella chiesa Santissima Annunziata, mons. Conforti e i suoi allievi missionari partecipano alla Messa da requiem per i martiri della Cina, uccisi nel luglio appena passato: i vescovi Gregorio Grassi e Francesco Fogolla, tre francescani, sette suore missionarie di Maria, alcuni seminaristi e servi della missione. Don Pietro vuole partecipare alla celebrazione.

Al posto di un martire...

Ne rimane colpito, tanto che decide di incontrare mons. Conforti non per suo fratello, ma per chiedergli che sia lui a essere accolto nel suo nuovo istituto missionario: "Mi sentivo venire dall'anima questa domanda: non potrei io occupare il posto, almeno dell'ultimo di quei martiri?".

Rimane il fatto che da quel 9 ottobre 1900 la vocazione missionaria si staglia con sicurezza. Don Pietro aveva già mostrato interesse per le missioni: ai suoi studi teologici, infatti, aveva aggiunto la lettura de "I miei 35 anni di missione nell'Alta Etiopia" del card. Guglielmo Massaia. Ma dal momento della celebrazione per i martiri, la missione diventa un autentico progetto di vita. Ne parla con mons. Conforti, chiedendo di essere ammesso nel suo istituto missionario e il Conforti ne è felice.

Tornato da Parma, don Pietro va dal vescovo di Reggio, esponendogli il suo progetto missionario. Si sente dire che era stato "mantenuto" in seminario con una borsa di studio perché lavorasse in diocesi. "Vi manderò sui monti - gli dice il vescovo - tutta la diocesi sarà vostra per predicare". E lo assegna alla parrocchia di Piolo, sulle montagne reggiane.

La Cina e il sogno del martirio

"La Cina rimane per me sempre un campo da esplorarsi e da doversi esplorare. Tutti i miei desideri si centrano in questa piccola parola: Cina e cielo. Ha veduto i nuovi massacri di missionari? Oh, perché non m'è dato di andar presto presto a sostituire quei felici e zelanti apostoli che diedero il sangue e la vita per la fede! Quando sarà che vedrò appianate tutte le difficoltà e libera la via per le missioni?".

Il pensiero della Cina è talmente assillante da temere persino della salute mentale: "Tengo fisso nella mente che se non andrò in Cina andrò volentieri al manicomio. Messo tutto insieme, sto male di spirito".  Sente la Cina non come evasione, ma come dono totale della sua vita a Cristo, fino al martirio.

Si tratta di una scelta di fede! Don Pietro sente potentemente Cristo come modello e la sua unione con lui lo porta agli stessi sentimenti di amore, che hanno orientato completamente la vita di Gesù fino al dono supremo della vita sul Calvario. Se Cristo ha sofferto, anche il sacerdote deve soffrire fino al dono supremo della vita, fino al martirio.

"Ciò che mi conforta e che mi fa sembrar meno aspra la vita, che anzi alle volte, in mezzo alle afflizioni e alle amarezze, giunge a consolarmi di una consolazione tutt'altro che terrena, è il pensiero di versare tutto il mio sangue per amore di Dio e come suggello della fede che professo. Questo dei miei pensieri è il re; ma temo, e temo molto, e non senza fondamento, di non riuscire a ciò, forse per castigo delle mie colpe e in espiazione dei miei fratelli... Il vivo desiderio che nutro per il santo martirio...".

Una vocazione molto ostacolata

Partire per le missioni all'inizio del novecento voleva dire partenza senza ritorno! Non erano previsti rientri. Andare in Cina, in un ambiente di rivoluzione, voleva dire mettere in conto anche il martirio. Gli ostacoli a tale eroico progetto non potevano che essere motivati, soprattutto da parte dei parenti, ma anche da parte di coloro che avevano conosciuto don Pietro e che si erano a lui affezionati.

"A Poviglio tutti sono contrari alla mia partenza. Quella signora non sa decidersi a lasciarmi partire. Il sindaco si oppone del tutto. Mio padre con un sacerdote di Barco vanno a Parma per dire a mons. Conforti che non mi prenda. Tutti insomma congiurano. L'arciprete piange e a volte mi fa un po' compassione. Volevo fare un discorsetto di addio in chiesa prima di partire, ma sono costretto a fuggire alla sordina, altrimenti c'è da far nascere altri ostacoli. Che miseria!...

Pochi giorni or sono mi trovavo in chiesa, anzi in confessionale, ove ci sto proprio molto e tutti i giorni, quando sentii il signor arciprete con passo concitato venire a cercarmi... Era arrivato papà... Appena entrato in cucina, vidi mio padre che piangeva a dirotto e il signor arciprete gli teneva compagnia. Dall'altra parte vi era pure la domestica che, con le lacrime agli occhi, compiva i suoi doveri preparando la cena...".



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