La triplice frontiera: Perù, Colombia, Brasile
Tabatinga è una parrocchia brasiliana di frontiera, nel senso letterale della parola. Confina, infatti, con Perù e Colombia, per cui in pochi metri una persona può calpestare i terreni dei tre paesi citati. Lo abbiamo fatto in due giorni di tour de force, seguendo mons. Adolfo Zon, vescovo saveriano da cinque anni, che ci ha guidati a visitare le comunità sia della città che quelle situate lungo il fiume.
Ma andiamo con ordine. Partenza alla mattina con la barca della diocesi (da Adolfo chiamata lancia, perché non è una barca a remi, ma a motore) verso le comunità ribeirinhe, poste cioè sulla riva del fiume, abitate per lo più da popolazioni indigene. Mentre cerchiamo di raggiungere le comunità, il vescovo ci spiega come, in realtà, le comunità che andremo a visitare, sono a un livello di evangelizzazione molto superficiale. Da una parte, c’è la difficoltà di raggiungerle, non tanto per le distanze, quanto per la scomodità e il costo. Visitare le comunità con la lancia costa parecchio, perché ci vuole un bel po’ di carburante. È questo un aspetto non indifferente da tenere in conto.
Dall’altra, c’è l’aspetto che per poter seminare il vangelo e accompagnarlo, affinché possa sorgere una comunità che cammini con le proprie gambe, non si può passare una volta all’anno, come succede ora, per celebrare la Messa del patrono. “In realtà - dice mons Adolfo - da quando sono stato nominato vescovo di questa diocesi, rifletto molto sul significato della prima evangelizzazione. Solo adesso capisco i contenuti dei libri che leggevo quando studiavo teologia. La prima evangelizzazione ha un punto di partenza fondamentale: essere presenti. È impossibile seminare il vangelo senza questo primo dato di fatto: essere presenti, toccare la realtà. Solo toccando la realtà possiamo ascoltare Dio che ci parla”.
Arrivando nella comunità chiamata Città Nuova, vedevamo da lontano gli uomini della comunità intenti a sistemare la scalinata - chiamiamola così - dissestata a causa delle piogge, per permetterci di salire. Volti sorridenti ci hanno accolto con calore. La comunità Città Nuova è frutto di uno scorporamento da una comunità più numerosa, chiamata Feijoal. Lì la popolazione era, per la maggior parte, evangelica e apparteneva a una comunità denominata Cruzada, per via di una croce rossa posta dinanzi alla cappella. Lì, avevano reso impossibile la vita dei cattolici. Sembra che l’esodo di una ventina di famiglie, di cui è attualmente composta Città Nuova, sia opera di una consacrata italiana, che ha vissuto con loro per circa trent’anni e il cui nome è suor Felicia.
Ci siamo avvicinati a quella che era la residenza di suor Felicia. Una casetta come le altre, sobria, di legno. Nella sua camera da letto, si trovava ancora la chitarra impolverata e, sugli scaffali, in cui s’intravedevano alcuni libri in italiano, un quaderno scritto di suo pugno. Prendeva nota degli incontri che teneva con i membri della comunità. La storia di questa suora, ritornata in Italia da circa vent’anni e di cui nessuno sa più nulla, profuma di vangelo. Ha speso gli anni migliori della sua vita per alcune famiglie indios, in un villaggio sperduto dell’Amazzonia. Come ha fatto a vivere qui da sola per trent’anni? Che fede aveva? Quanto amore a Gesù ci vuole per vivere in modo così radicale e silenzioso? Una vita nascosta, semplice, condivisa con un popolo “fuori dal mondo”, per molti anni senza energia elettrica. Suor Felicia è un esempio di vangelo incarnato, che passa agli altri attraverso l’esempio personale più che con le parole.
Ci siamo poi spostati nella scuola della comunità. Al nostro arrivo, il maestro ci ha accolto invitando i bambini a cantare.







