La sfida della fratellanza universale: intervista a p. Pietro Rinaldi
Il 18 luglio 1999 p. Pietro Rinaldi (classe 1967) faceva la sua Prima Professione con i voti di povertà, castità, obbedienza e missione. Quest’anno celebra i 25 anni di vita consacrata nella famiglia dei Saveriani. Per l’occasione l’abbiamo intervistato.
Com’è nata la tua vocazione??
Sono originario di Lucca e prima di entrare dai Saveriani vivevo come tutti i giovani del mio tempo, studiando e lavorando. C’era però una sana inquietudine che abitava il mio cuore, una ricerca interiore che mi spingeva verso qualcosa che ancora non capivo. Mi piaceva la Chiesa, desideravo diventare prete, ma non volevo essere presbitero diocesano. Eppure, del mondo dei religiosi non sapevo molto. Avevo lavorato in fabbrica, in un ristorante e nei campi.
Come hai conosciuto i Saveriani
Grazie alle suore di Santa Gemma. Il primo è stato p. Sandro Parmiggiani. Poi, attraverso una ragazza che era stata in Congo con le Suore per un’esperienza di missione, sono entrato in contatto con la comunità saveriana di Desio, dove allora si trovavano i giovani per la prima formazione e gli studi di filosofia. C’erano anche alcuni studenti in ricerca sotto la guida di p. Mario Giavarini. In quell’ambiente mi sono trovato subito a mio agio, mi sono sentito in famiglia e, nel 1992, ho iniziato i primi passi nella congregazione: avevo 25 anni.
Il tuo percorso di formazione…
In quel periodo il mio padre spirituale era Agostino Rigon. Dopo aver dialogato a lungo con lui e sistemato le ultime cose in famiglia, l’8 settembre 1995 sono entrato a Desio per i 2 anni di filosofia, frequentando la scuola a Monza. Sono passato poi ad Ancona per il pre-noviziato ed il noviziato. Nel 1999 ho fatto i miei primi voti…
Dove volevi andare?
Ho sempre avuto una passione per l’Africa, desideravo essere missionario in questo continente. Per cui, pensavo che alla mia età curare la formazione in Africa, conoscendo la realtà locale, mi avrebbe facilitato il futuro servizio missionario. Dopo un anno a Parigi, nel 2000 sono partito per Yaoundé, in Camerun, per i 4 anni di teologia. Qui la formazione è proseguita in un periodo caratterizzato dall’internazionalizzazione della Congregazione, che va di pari passo con la fraternità universale… Per cui, se si è tutti fratelli è una realtà fantastica e anche una grande sfida!
Gli anni in Africa?
Dopo la formazione, ho vissuto 14 anni in Congo RD. Pensando a quei periodi mi vengono subito in mente le parole del Fondatore Conforti che aveva detto “il Signore non poteva essere più buono con noi…”. In Camerun, nonostante le difficoltà del primo impatto, è stata una bellissima avventura. Aver proseguito gli studi in un ambiente africano, in classi di 50-55 studenti religiosi provenienti da tanti Paesi, ma quasi tutti africani, è stata un’esperienza intensa e arricchente. Nella mia classe ero l’unico bianco! Ricordo che, dopo un giorno di assenza, un professore mi disse: “Pietro quando frequentavo a Roma, se mancavo vedevano subito che il nero non c’era; ora è il tuo turno: se non ci sei ci si accorge subito!”. È stata un’esperienza importante sia per la formazione che per l’iniziazione alla vita nel contesto africano.
Poi dove sei stato?
Dopo l’ordinazione nel mio paese il 24 ottobre 2004, nel gennaio 2005 sono partito per il Congo. A Bukavu, ho conosciuto i vari confratelli che erano sul posto mentre ero impegnato a imparare il kiswahili, la lingua locale. Nel frattempo, è arrivata la mia prima destinazione a Kitutu. Nel 2007, sono rientrato in Italia per seguire la salute di mio padre che poi è mancato. Dopo un periodo in famiglia, nel febbraio 2008 sono ripartito per il Congo, questa volta diretto a Kinshasa, la capitale, dove ho lavorato per 9 anni. In seguito, sono tornato a Bukavu e nel 2018 sono rientrato in Europa per un anno sabbatico a Parigi da dove sono stato richiamato in Italia.
Le tue emozioni africane…
La prima esperienza di missione in Congo, in quello che viene chiamato apostolato missionario, è stata molto interessante, nonostante le immancabili difficoltà, anche relazionali. A causa della formazione interculturale e del suo stile che mi portavo dentro, ho faticato ad adattarmi allo stile di missione di alcuni confratelli italiani che erano lì da tanti anni. Ma, tutto sommato, ho vissuto anni bellissimi, di cui sono grato a Dio.
La Chiesa e i Saveriani visti dall’Europa…
Siamo in un periodo di grandi cambiamenti, stiamo andando avanti però… non so se ci evolviamo. Se proseguiamo sulla linea della fraternità universale, allora l’internazionalizzazione è evangelica, e questo sarebbe il massimo. Però sono tante le sfide che ancora ci attendono lungo il cammino.
Qualcuno, riprendendo il titolo di un libro di Jean-Marc Ela, teologo africano, dice che “questo è il tempo degli eredi”. Se si parla di eredi, significa che i padri sono morti! Invece, sarebbe più saggio dire che “questo è il tempo dei figli”, non solo eredi. E il tempo dei figli è chiamato a diventare il tempo dei fratelli. Per questo voglio sperare che, in congregazione come nella Chiesa, si eviti la cosiddetta geopolitica per proseguire con fermezza sulla linea della fraternità universale.
Un sogno, un augurio?
Le Chiese dell’Africa sono senza dubbio portatrici di speranza, ma anche di tante sfide. All’interno di questo dinamismo è importante lasciarsi guidare dallo Spirito di Dio, non da quello del mondo. Questo lo auguro anche alla nostra Famiglia saveriana: Fede e fiducia nella Provvidenza, per cui dovremmo evitare “il rischio di immolare la fraternità sull’altare dell’economia”, con tutte le paure che la pura contabilità si porta dietro, sia per ciò che riguarda il personale missionario che i mezzi di sostentamento.
E l’Italia saveriana?
Ci sono tanti anziani, è vero, ma io non mi angoscerei. Abbiamo ancora più di 200 confratelli in formazione nelle varie filosofie e teologie del mondo saveriano. Forse sarebbe più opportuno pensare ad una migliore ridistribuzione dei confratelli, visto che da anni ormai si parla di Italia ed Europa come terra di missione. Per questo, è maturo il tempo per pensare alla presenza di confratelli originari del mondo intero per portare avanti la ‘saverianità’ in Italia.
È tempo di primo annuncio in Europa?
Se è vero che l’Europa per tanti secoli ha ricevuto in abbondanza la luce del Vangelo, è vero anche che oggi sono tantissime le persone che non sanno chi sia Gesù Cristo, anche tra i cristiani. Sono numerosi i battezzati, ma pochi quelli che conoscono il Vangelo o hanno coscienza della loro missione nella Chiesa e nel mondo. Per questo, oggi un Saveriano può essere missionario anche in Italia, in Francia, e nel nord del mondo.







