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Che cos’è la vocazione? Vi racconterò una piccola storia vissuta nella mia infanzia. I Balega in Congo RD hanno un oggetto prezioso, di grande ricchezza: una perla. Su una corda vengono appesi delle perline bianco-nero. Con queste perle si può comprare, sposarsi (dote), risolvere i problemi. È anche simbolo di onore e regalità. Alla fine dell’iniziazione, ad esempio, i gemelli, vengono vestiti di questa perla.

Un giorno mio padre nascose delle perle, a causa della guerra. Bisognava nascondere le ricchezze ed essere pronti a scappare senza niente. Solo che, dopo alcuni anni, si era dimenticato dove aveva messo le perle. Gli anni passavano e non si trovavano. Un giorno, pieno di gioia, urlò: “Trovate!”. Le perle erano coperte di fango e sporcizia. Dissi: “Sono rovinate, da buttare. Niente da fare. Che pena perdere questa ricchezza”. Ma dopo averle lavate bene, riapparvero nel loro splendore. Tutto brillava. Allora facemmo una festa. Potevamo contemplare quelle perle che, in un primo momento, sembravano morte e avevano provocato nei nostri cuori molto dolore. Il loro splendore, invece, ci ha ridato vita, gioia, sollievo.
Dio ci ha scelti, amati, benedetti, plasmati con le sue mani, fin dall’eternità. Siamo nel suo piano d’amore, ed Egli ci stima e ci guarda con amore (Is 43,1-7). Apparteniamo a Lui, il cui sguardo è stato posto su di noi una volta per tutte. Dio è fedele e non ritira mai il suo amore. Chiama ciascuno con il suo nome. Nel cuore di ogni persona, c’è una stella che brilla giorno e notte. La ruggine, i peccati, l’allontanamento non spengono quella fiamma.

Dio conosce la mia storia, le mie cadute e fragilità. “Ciò che è stato un problema nella mia vita rimarrà sempre parte di me stesso”. La mia felicità, pienezza e realizzazione consistono nel vivere realmente la vocazione personale. Se uno la scopre, non importa se diventa presbitero, religioso, marito o moglie. Quello che conta è che tutto ciò che fa sia colorato da questa impronta di Dio. Per Sant’Ignazio di Loyola la domanda fondamentale da porsi è: “Dove posso servire meglio Dio e i fratelli?”. Ciò che conta è questo “meglio”.
Per scoprire la propria vocazione ci vogliono spazi di solitudine e di silenzio. Nella Christus vivit, papa Francesco ci suggerisce alcune domande fondamentali che aiutano a scoprire la chiamata. Conosco me stesso al di là delle apparenze e sensazioni? Come posso servire meglio ed essere utile al mondo e alla chiesa? Quale è il mio posto sulla terra? Cosa potrei offrire io alla società? Ho le capacità per prestare un servizio? Quali di esse potrei acquisire o sviluppare? Per chi sono io? Cosa posso regalare a Dio e al mondo? (CV 285-286).

La risposta a queste domande implica coraggio e rischio. È un rischiare affidandosi. Dice papa Francesco: “La vocazione è un invito a non fermarci sulla riva con le reti in mano, ma a seguire Gesù lungo la strada che ha pensato per noi, per la nostra felicità e per il bene di coloro che ci stanno accanto. Occorre mettersi in gioco con tutti noi stessi e correre il rischio. Non possiamo restare a riparare le nostre reti, sulla barca che ci dà sicurezza, ma dobbiamo fidarci della promessa del Signore” (Messaggio per la 56ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni).



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