La pandemia non ha confini né frontiere
La pandemia del Covid-19 ha rafforzato una situazione di disuguaglianza. L’unica globalizzazione superstite e in crescita, che sta attraversando tutte le frontiere, è quella della pandemia e della povertà. I mercati si sono immobilizzati. Le nazioni hanno iniziato a comprendere quanto la dipendenza da settori produttivi ritenuti fondamentali, ma poco remunerativi, come la produzione di dispositivi di protezione individuale, sia diventata penalizzante soprattutto per le aree più ricche del pianeta.
Possiamo solo immaginare cosa sia potuto accadere nelle aree più derelitte e povere del mondo. Oltre 821 milioni di persone nel mondo soffrono la fame. I processi di globalizzazione economica hanno subito una battuta di arresto che, probabilmente, nonostante si affermi un radicale cambiamento, avranno ancora lunga vita, visti gli interessi economici e finanziari in gioco.
Le frontiere, come avvenuto già durante altre pandemie della storia, si sono ristrette, confidando nell’isolamento e nella rarefazione di contatti con l’esterno, a propria difesa. Ma poi hanno sempre ceduto al fascino del mercato globale. Le delocalizzazioni in aree a basso costo del lavoro e senza tutele non si sono mai esaurite. La Cina ne è l’esempio.
Stando alla ricerca “Immigrant Key Workers:Their Contribution to Europe’s COVID-19 Response” del 23 aprile 2020, il 13% dei “lavoratori chiave” nell’Unione Europea è immigrata (extra comunitari e intra comunitari). Tra questi lavoratori chiave, che hanno dato un contributo non indifferente al contrasto dell’epidemia COVID-19, vi sono i migranti con un profilo professionale basso, ma che sono indispensabili in diversi settori della società europea. Le tre occupazioni chiave dei migranti intra europei sono: le pulizie in abitazioni, uffici e hotel oltre che manodopera connessa ad attività di lavanderia (20,9%); la cura delle persone (12,5%); i professionisti dell’insegnamento (11,1%). Le due occupazioni principali invece dei cittadini non comunitari sono: le pulizie e manodopera generica in hotel e ristoranti (27,8%); lavoro di cura alle persone (16,6%) mentre il terzo settore è quello di conducenti-trasportatori e operatori di impianti mobili oltre che della logistica (9%). Senza dimenticare l’industria agroalimentare e le costruzioni.
La maggior parte delle posizioni lavorative degli immigrati in Europa e in Italia si concentra soprattutto su lavori pesanti, sporchi, meno pagati e ad alto rischio. Lavori che la manodopera autoctona ritiene di esercitare molto meno sia per le ovvie condizioni penalizzanti, sia per evitare una posizione sociale ritenuta umiliante. Infatti, in un contesto di alta competizione e di affermazione di sé, la visibilità pubblica deve corrispondere alle proprie ambizioni.
Il lockdown di questi mesi ha evidenziato l’importanza di questi lavoratori, soprattutto nei lavori di pulizia e di assistenza alle fragilità, oltre che nei piccoli servizi di manutenzione e di commercio di prossimità. Nell’esaltare l’abnegazione di medici e infermieri talvolta si rischia di dimenticare e passare sotto silenzio coloro che svolgono mansioni di servizi di igiene e pulizia sia negli ospedali che nelle strutture per anziani. Personale con una cospicua presenza di cittadini stranieri.
Per rispondere al ritornello frequente dell’aiutiamoli a casa loro vale la pena ricordare come le popolazioni migranti da sempre si aiutano a casa propria. I 164 milioni di lavoratori migranti sparsi nei diversi paesi del mondo rappresentano il 20% della forza lavoro globale e sono in grado di sostenere 800 milioni di persone rimaste in patria grazie alle loro rimesse, che la Banca Mondiale calcolava per il 2019 in 554 miliardi di dollari. Dalla sola Italia, nel 2019, sono stati inviati ai paesi di origine 6,1 miliardi di euro, di cui 2,5 verso l’Asia. La pandemia di quest’anno inciderà probabilmente su queste rimesse. È un ulteriore segnale dell’accelerazione delle condizioni di povertà a livello mondiale.







