La missione è reciprocità
Alcuni giorni fa, ho incontrato un sacerdote che mi ha invitato a tenere un incontro con i giovani sulla missione. Si raccomandava con queste parole: “Racconta la tua esperienza personale e come ora la vivi, soprattutto nella tua via quotidiana in Italia”. Questa richiesta mi ha fatto riflettere perché, anche tornato dalla missione in Sierra Leone dove per molti anni ho lavorato, nella mia Italia ritrovo lo stesso spirito e debbo continuare anche qui a essere vero missionario, come in Africa.
Il cieco e l’invalido
Nei miei primi dieci anni di vita tra il popolo Limba Biriwa, ero nel villaggio di Kassassie, sotto i monti Kadibiona, con la chiesetta di Santa Maria degli Angeli… Per arrivarci c’era un fiumiciattolo che fa da barriera per la moto, il cui fracasso era un annuncio agli abitanti.
Assistevo alla solita scena mentre mi avvicinavo al fiume: il cieco Maluka di 15 anni spinge la sedia a rotelle, su cui siede il catechista Koba di 20 anni, gambe fracassate perché caduto da una palma, dov’era salito per raccogliere la linfa… Il cieco spingeva, ma il veggente paralizzato dirigeva. E si avvicinavano ripetendo e urlando: “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.
Le parole gridate erano avvalorate dal gesto fraterno: ti do quello che ho; io spingo te e tu orienti me. La missione è reciprocità, è aiuto scambievole.
È sempre una vita d’amore
Ora sono a Vicenza, nella casa dove ci sono vari saveriani anziani che hanno lasciato la missione per motivi di età o di salute. E anche qui rivedo e riscopro la vita di amore, testimoniata secondo l'età e le varie possibilità. Tu, caro confratello dinamico e io inchiodato, magari costretto all'inattività a causa della malattia. E chi ha di più lancia al mondo vicentino un messaggio, magari attraverso la mostra del presepio missionario…
Al presepe di Betlemme, quel giorno, erano venuti i semplici, coloro che cercano la pace dell’amore per poi propagandarla nella famiglia umana, a ogni razza, lingua, colore e cultura.
La casa di p. Uccelli, dove anch’io sono stato studente e insegnante, e dove ho accolto vari missionari dalla Cina, mi sento accolto ora da chi è mio coetaneo o è stato mio studente.
La missione fino alla fine
Appena arrivato in Italia ho subito uno scombussolamento. Ho trovato l'Italia molto cambiata; anche la vita nelle parrocchie è cambiata. In missione mi trovavo bene, ma tornando ho visto anche situazioni belle e positive in questa chiesa e nella comunità saveriana di Vicenza, dove sto trascorrendo alcuni mesi di riposo. Unisco Sierra Leone e Vicenza sulla stessa linea d'onda.
La missione non termina in terra africana, ma continuamente mi sprona a vedere il bene che c'è attorno a me, all'interno di questa chiesa italiana che è chiamata a grandi cambiamenti.
La missione, pur con modalità diverse, continua sempre fino alla fine della vita. E come in Sierra Leone il saluto è stato “wali-wali - stai bene”, così ora qui a Vicenza sono stato accolto con un "sei benvenuto per costruire la famiglia di Gesù”.







