La guerra e il lavoro di traduttore
Nel 1971 p. Rigon è nella missione di Baniarchor, una zona depressa del Foridpur ad alta percentuale di hindù dediti alla pesca, all’agricoltura e all’artigianato. A marzo scoppiò la guerra di liberazione dal Pakistan, con forti ostilità tra i ribelli muktijuddha e i repressori rajakar. Sul fiume, ai margini della missione, galleggiavano corpi senza testa, tanti i feriti gravi.
Come tutte le altre missioni cattoliche, anche quella di p. Marino diventò un centro di cure, nel tentativo di salvare più vite possibile, non importa di quale fazione o religione (infatti vengono ospitati anche molti hindù, visti come nemici dai musulmani). Merito anche di suore coraggiose e tenaci. Per questo, p. Marino ricevette un riconoscimento ufficiale come muktijuddha (liberatore) e la cittadinanza onoraria del Bangladesh (dicembre 2008). Un riconoscimento da condividere con tanti altri - missionari e suore - che agirono nel silenzio, alcuni, come p. Mario Veronesi, a Jessore, fino alla morte.
Terminata la guerra, p. Marino si dedicò allo sviluppo socio-economico delle famiglie povere della zona, continuando il lavoro di p. Toni Alberton, con la cooperativa della pesca e il grande mulino. Era il tempo in cui molti saveriani si dedicavano allo sviluppo integrale, incentivando le cooperative agricole, l’educazione degli adulti, l’artigianato delle donne. Sorgono “centri di cucito e ricamo che valorizzano l’antica arte delle Nokshi Khanta, gli arazzi preziosi della più lontana tradizione bengalese… Ne nasce una scuola d’arte che il mondo ci invidia” (dalla Biografia saveriana).
Aveva una sua visione e un metodo, ma tutti avevano in comune lo stesso intento. P. Marino scelse di farsi affidare i terreni dai piccoli proprietari, affrontando tutte le spese per la coltivazione del riso e dividendo il ricavato con loro. Un metodo criticato da alcuni, perché sembrava trasformarlo in un latifondista, che riduceva i contadini a semplici operai di giornata, ma che ottenne ottimi risultati.
Nel 1979 p. Marino ritornò a Shelabunia, dove rimase fino al termine della sua presenza in Bangladesh, nel 2014, quando fu costretto a tornare in Italia per cure. Un lungo periodo di 35 anni molto intensi. Oltre alla sua fedeltà alla preghiera, all’Eucaristia, alle riunioni saveriane e diocesane; oltre all’impegno costante nella pastorale e nella formazione religiosa delle comunità cristiane; oltre all’attenzione allo sviluppo integrale, all’educazione, alla promozione sociale e umana delle donne con l’artigianato, all’aiuto a poveri e bisognosi, al supporto delle donne e dei giovani meritevoli, p. Marino riuscì a portare avanti l’immane lavoro di traduzione e pubblicazione di opere di insigni autori bengalesi: Josim Uddin, Lalon e Tagore (poeta, saggista, romanziere e mistico bengalese). Il primo volume tradotto da p. Marino vide la luce nel 1964, grazie anche all’aiuto generoso di un gruppo di amici italiani. In Italia nacque, nel 1990, il “Centro Studi Tagore”.







