La festa del Saverio in Romagna
È passato un po' di tempo, ma ricordare con voi i momenti trascorsi insieme è sempre bello. In questo caso, si tratta di ricordare il periodo che va dal 12 novembre al 13 dicembre.
È giusto iniziare con la nostra "festa patronale", quella di san Francesco Saverio il 3 dicembre, che ogni anno noi missionari condividiamo con i sacerdoti delle diocesi in cui lavoriamo. L'incontro è andato bene e tutti i partecipanti sono stati soddisfatti. Purtroppo eravamo solo 61 persone, perché erano assenti i vescovi e i sacerdoti di due diocesi. Ma la chiesa locale ha dato prova comunque di grande vitalità.
La giornata ha avuto il solito schema: un incontro di formazione e informazione, l'Eucaristia e l'agape fraterna. Il primo momento ha risposto appieno alle caratteristiche di un incontro di spiritualità missionaria sacerdotale. L'avevamo affidato a don Amedeo Cristino di Foggia, sacerdote "fidei donum" per nove anni in Benin e ora segretario nazionale della Pontificia unione missionaria, a Roma.
Il vangelo punto di partenza
Don Cristino non ci ha indottrinati con citazioni di santi, papi e concili; ma ha puntato gli occhi su alcuni brani del vangelo. Ci siamo concentrati su quel mattino di Pasqua, quando il Risorto non si fa trovare nel sepolcro dalle donne venute per ungerlo, ma ordina di avvisare i discepoli che si facciano attendere nella "Galilea delle genti" (Gali significa "cerchio"), che da centro dell'Incarnazione diventerà centro della missione.
Poi abbiamo riflettuto su Pietro deluso che torna a pescare, seguito dai compagni. Tutti ritirano le reti completamente vuote, ma poi le gettano dall'altra parte su ordine di Gesù, e le vedono riempirsi di 153 grossi pesci (quante erano le speci conosciute allora). Abbiamo parlato di quella "colazione" di pane e pesce preparata dallo Sconosciuto, che svela il mistero e firma il mandato. E anche di quel vento di Pentecoste che scardina porte e finestre del cenacolo e fa trovare a Pietro e agli altri gli estremi confini della terra, in attesa di ascolto.
Quello che ci aspettavamo
Don Cristino ha raccontato solo un ricordo personale di missione. Era venerdì Santo e c'era una grande croce in una "quasi chiesa": danze e preghiere a suon di tamburo. «Ho detto alla gente: "Raccontate con meno parole possibili cosa sta succedendo". E loro, dopo essersi consultati, hanno detto: "Vediamo Gesù che, mentre ci dona sangue e acqua dal costato, ci dice ti amo". Capii che per loro io dovevo essere l'eco di quelle parole».
Ma per concludere bene, almeno una citazione ci voleva. Così don Cristino ha ricordato la lettera "Fidei donum" del 1957, in cui Pio XII invitava i vescovi a condividere la sua sollecitudine per tutte le chiese. Poi ha riletto le righe del n° 10 del Decreto conciliare "Presbyterorum ordinis" del 1965, firmato da Paolo VI. Qui per la prima volta si dice dei vescovi e dei sacerdoti ciò che fino a quel momento si diceva solo del Papa: "in forza dell'ordinazione sacerdotale, a ogni ministro incombe la sollecitudine di tutte le Chiese".
Alla fine dell'incontro, la mia impressione è stata confermata da vari commenti sentiti: "Don Cristino è riuscito a scaldare il cuore di tutti noi". Il vescovo ha aggiunto: "Mi ha fatto cambiare metà della predica che io avevo già preparato per la Messa". Credo che san Francesco Saverio sia stato soddisfatto di questa sua festa. Ed è quello che anche noi saveriani ci aspettavamo.








