L’ultimo volo di p. Angelo Pansa
Non so per quale motivo l’assistente di terza media mi avesse mandato da p. Angelo. La sua stanza, nel corridoio sopra la grande cappella dall’enorme crocifisso in legno chiaro, dava sul bel giardino disegnato da p. Angelo Costalonga, con la bianca statua della Madonna presente ancora oggi nel nostro giardino di Alzano.
Ricordo p. Angelo immerso in una grande carta geografica e il suo bel sorriso accogliente. Stava frequentando a Bergamo la scuola di volo e di lì a poco sarebbe diventato pilota. Finalmente vedevo il missionario di cui ci avevano parlato i nostri formatori negli anni precedenti, quando furono uccisi in Congo tre saveriani e un prete locale. Vedevo la persona che aveva liberato numerose suore e missionari dalle mani dei ribelli a Uvira e in tutto il Congo. Colui che, rischiando moltissimo, con p. Palmiro Cima, era riuscito a mettere in salvo i padri Veniero e Camorani, prigionieri da due anni a Nakiliza.
La nostra classe lo invitò a tenere un corso di esercizi spirituali a Molveno prima dell’ordinazione nel 1978. In quel tempo era consigliere della Direzione generale. Anni dopo, preparai un documentario sulla morte dei saveriani in Congo e il suo contributo di testimone oculare fu prezioso. Alla fine, ci siamo trovati qui ad Alzano, dopo 55 anni, dove avevamo iniziato una conoscenza che ci avrebbe legati con un filo sottile per tutta la vita. Un po’ più asciutto, sempre di poche parole e con la corona del rosario sempre in mano. Nelle ultime settimane, la sua situazione di salute si era fatta più seria. Le ombre degli effetti delle intossicazioni da diossina, causata dal suo impegno per la salvaguardia degli indios e la riforestazione dell’Amazzonia, stavano per avere il sopravvento. Ma la corona del rosario era sempre in movimento nelle sue mani. Ad un certo punto non si trovava più. Poi, quando sono andato a trovarlo, con il suo tipico sorriso e con una luce speciale negli occhi, mi confidava di averla ritrovata.
C’era, probabilmente, una lunga storia di amore con quella corona che l’aveva accompagnato per tutta la vita. Per diverso tempo, avevo notato anche una busta con scritto a mano “Testamento di p. Angelo Pansa”, indirizzata alla Direzione Generale. P. Eugenio Pulcini, consigliere generale, si è premurato di prenderla e portarla a Roma. Il sabato Santo di quest’anno scriveva: “Signore Gesù, ieri hai pregato il Padre (‘perdona loro perché non sanno quello che fanno’). In quel loro ci siamo tutti e ci sono anch’io. Il tuo Spirito è già presso il Padre e domattina la tua salma lo raggiungerà. Io sento, in questo momento, di stare terminando il lungo percorso della mia vita. Quante volte, nei pericoli, ti ho sentito vicino, mi hai incoraggiato e dato forza per non lasciar cadere le braccia. Ti ringrazio per quelle volte che stavo deviando dal retto cammino e Tu mi hai cercato come una pecorella smarrita e mi hai ricollocato nell’ovile. Sono tanti i motivi per ringraziarti. Spero che mi accoglierai come il Padre è andato incontro al figlio prodigo… Ti vorrei raccomandare in modo particolare i popoli indigeni e la Foresta Amazzonica. Tu sai che - a modo loro - riconoscono il dono della Vita che non è altro che il Soffio del Tuo Spirito… Grazie Gesù per avermi creato, fatto cristiano e sacerdote missionario, e per avermi dato la forza di seguire il retto cammino…”.
L’abbiamo visto con Gianmario, suo nipote, qualche ora prima che spirasse al Centro Medico Richiedei di Palazzolo sull’Oglio. Nessuno immaginava che l’epilogo sarebbe stato così imminente. Nel sentire il suo respiro che sembrava cercasse il cielo, ho recitato una preghiera e gli ho dato l’assoluzione. E mi è tornato in mente quando mi raccontò di quella volta che diede l’assoluzione ad un ex prete, diventato mercenario, ferito a morte in una missione per liberare gli ostaggi in Congo. Nel suo sguardo, ho visto tutte le sofferenze e le fatiche di una vita e quelle di chi, dal Congo all’Amazzonia, aveva accompagnato verso la Luce. Guardava verso il cielo, quel cielo che tante volte aveva contemplato nei suoi innumerevoli voli, soprattutto in Amazzonia. La luce che usciva dai suoi occhi faceva capire che il cielo del suo ultimo volo sarebbe stato, finalmente, terso e senza turbolenze.







