L’ultima corsa della dott.ssa Ravelli
Non credo proprio di essere l'unico che non si capacita della scomparsa della dottoressa Ravelli, avvenuta in modo così repentino e doloroso. Manuela era il suo nome, ma per noi saveriani era semplicemente “la dottoressa Ravelli”, come usano le persone semplici con un misto di simpatia e rispetto.
Dovunque e in corsa!
Era una donna sempre di corsa, del “sempre all'ultimo momento”, il tutto con un sorriso intelligente, accattivante e disarmante. Fin dai primi tempi mi chiedevo perché corresse così tanto e facesse tantissime cose. Sentiva, forse, che di tempo ne avrebbe avuto poco.
Non si lasciava sfuggire una conferenza o un quaresimale, da San Pietro in Oliveto a San Francesco per una Messa, un’adorazione, una veglia di preghiera. Dove trovasse il tempo e soprattutto l'energia era un mistero. Le chiesi una volta, durante uno dei caffè bevuti nel nostro refettorio e che solo oggi prendono la nitida consapevolezza di un gran regalo, perché fosse sempre di corsa. Rispose con un sorriso che solo lei sapeva fare e che raccontava tanto di scelte personali, di un modo speciale di considerare la professione medica e la vita.
I famosi “corsi di ecografia”
Il primo che mi parlò di lei fu il signor Angelo, nel 1999. Veniva da un paese un bel pezzo sotto Salerno. Aveva subito un trapianto rischioso da cui, grazie alla lungimiranza controcorrente della dottoressa, era uscito bene. Anche quest'anno l’abbiamo ospitato in occasione della visita annuale di controllo.
Personalmente, incontrai la dottoressa in occasione dei corsi “residenziali” di ecografia che teneva due volte l'anno qui da noi, nella “Sala Romanino”. Ero un po' il tecnico della casa e a me si rivolgeva per avviare impianti e computer. Da lì è nata la nostra conoscenza.
Quei lunghi caffè in refettorio
Mi chiamava per dirmi che sarebbe passata per un caffè, se avessi avuto tempo. Una tazza di caffè lunghissimo, che facevo accompagnare da un assaggio delle meravigliose marmellate di p. Marcello, al posto della sua caramella energetica. Gli argomenti erano vari, ma ricordo in particolare i viaggi fatti con il marito Italo.
Ha viaggiato molto nel breve tempo che ha avuto; era appassionata del bello, del religioso, dell'artistico e dello spirituale.
Mi rendevo conto che quella persona apparentemente fragile aveva la stoffa resistente di una vera sportiva. Si occupava di molte cose, ma soprattutto s’interessava ai malati. Queste persone erano davvero la sua vita. Aveva sempre tempo per tutti e ogni persona con lei era unica. Non era solo una mia impressione. Le parole di mons. Canobbio ai suoi funerali mi hanno confermato che quel modo di fare era una scelta di vita.
Lottatrice infaticabile, aveva una fede profonda che la portava ad agire con la fiducia incrollabile che il Signore avrebbe tramutato tutte le difficoltà, le cattiverie subite, le ingiustizie e le arroganze in qualcosa di positivo, di buono e di bello.
Era diventata di casa…
Dai numerosi santuari visitati all'estero con suo marito mi portava, ogni tanto, un piccolo pensiero. Io contraccambiavo come potevo, con ricordini di Madonne “nostrane”. Era diventata di casa da noi a San Cristo. Si interessava di molti, di tutti quelli che la Provvidenza metteva sulla sua strada…
Avrà ascoltato volentieri la parola del suo Signore: “Qualsiasi cosa hai fatto al più piccolo dei miei fratelli l’hai fatto a me: vieni, benedetta!”.








