Skip to main content

L'icona della missione: L'avventura di Paolo in Atene

Condividi su

Costretti a lasciare Tessalonica, Paolo e Sila vanno a Berea. Anche in quella città predicano nella sinagoga e suscitano l'interesse dei giudei. Questi accettano di lasciarsi interpellare dall'annuncio evangelico ed esaminano le Scritture, per verificare se davvero esse confermino il messaggio di Cristo. L'esito è altamente positivo: "Molti di loro credettero, e anche alcune donne greche della nobiltà e non pochi uomini" (At 17,12). Ma anche a Berea Paolo, Sila e Timoteo, che da poco li ha raggiunti, sono perseguitati. Paolo viene fatto partire subito e raggiunge Atene, dove aspetta i compagni.

L'avverarsi di un sogno: fermarsi ad Atene, la gloriosa capitale culturale del mondo greco, culla di tante scuole filosofiche! Ma il sogno dura poco. Come in un brusco risveglio, l'apostolo è offeso dal politeismo degli ateniesi. Forse pensava che la filosofia li avesse aiutati almeno ad accogliere il monoteismo.

Comunque, egli si dedica al suo lavoro quotidiano: l'annuncio di Cristo e della risurrezione, nella sinagoga e in piazza, discutendo ogni giorno con i giudei, con i pagani credenti in Dio e con alcuni filosofi epicurei e stoici, che lo chiamano un ciarlatano che annuncia un Dio straniero (Gesù).

Finché lo prendono e lo portano all'areopago; su quella collina si riuniva il supremo tribunale, incaricato di vigilare sulle leggi. Là Paolo tiene il famoso discorso (Atti 17). Nel racconto di Luca appare un forte contrasto tra lo stato d'animo di Paolo, che "fremeva nel suo spirito al vedere la città piena di idoli" (17,16), e l'inizio del suo discorso: "Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dèi" (17,22).

Ma non c'è incoerenza nel suo comportamento, perché Paolo è attento al suo interlocutore, il quale in entrambi i casi è Cristo: Cristo presente nel suo cuore, davanti al quale freme di indignazione alla vista degli idoli; Cristo presente nel cuore di coloro che ancora non lo conoscono, e che egli cerca di far risorgere attraverso parole che creino una serena atmosfera di dialogo e di condivisione di esperienze spirituali.

La conoscenza: parte del discorso di Paolo si impernia su questo tema. Egli vede negli ateniesi una asimmetria: la loro pietà è grande, ma la loro conoscenza manca di qualcosa. Adorano, ma non conoscono Colui che solo è degno del loro omaggio. In questa mancanza di conoscenza Paolo riesce ad aprirsi un varco. L'aver girato per Atene gli torna utile: il tempio al "Dio ignoto" mostra che gli ateniesi "sanno di non sapere" tutto su Dio. Ecco allora che Paolo presenta loro il Dio di Gesù Cristo.

L'azione di Dio è un altro tema-chiave del discorso. Dio è all'origine di ogni aspetto della vita dell'uomo, in modo creativo. L'uomo deve riconoscere questo fatto e accettare le scelte di Dio, altrimenti continua a costruire idoli, templi in cui Dio non abita, perché sono costruiti al mito illusorio dell'onnipotenza umana.

Paolo poi mostra ai suoi ascoltatori che tutte le culture testimoniano la faticosa ricerca di Dio, la speranza di trovarlo. E conclude con un altro riferimento al mondo greco, il verso di Arato di Soli - "di lui stirpe noi siamo" - per mostrare la vicinanza del vero Dio al cuore di ogni uomo.

In questo modo Paolo giunge all'apice del suo discorso: l'ordine di Dio di accogliere Cristo. Il Creatore di tutto ha l'autorità di dare questo ordine universale, dopo aver testimoniato in favore di suo Figlio risuscitandolo dai morti.

L'esito del discorso non è molto positivo, anche se alcuni credono in Cristo. Tanti hanno visto in questo il segno che Paolo aveva confidato in discorsi di sapienza. Ma Paolo non sbaglia niente: in modo rispettoso e cercando negli uditori i segni della loro inconsapevole ricerca, mostra loro Colui che il loro cuore desiderava incontrare. Non è colpa sua se gli ascoltatori sanno già tutto e ritengono, contrariamente a quanto il loro tempio segnala, di non avere niente da imparare.

PAOLO E NOI: per un'applicazione missionaria

  • Paolo fremeva d'indignazione. Egli conserva nel proprio cuore il disegno di Dio sull'umanità, come un seme che spera di piantare, anche se attorno a sé vede solo deserto. E noi? Non ci abituiamo troppo facilmente al "così fan tutti", senza adorare Dio nei nostri cuori, pronti ad annunciarlo in ogni occasione?
  • Paolo coglie ogni spiraglio di bontà, ogni desiderio di verità, come spazio aperto per annunciare il Cristo. Noi vediamo questi desideri? Abbiamo il coraggio di offrire la medicina a coloro che vediamo desiderare la salute?


Scarica questa edizione in formato PDF

Dimensione 2349.78 KB

Gentile lettore,
Continueremo a fare tutto per portarvi sempre notizie d'attualità, testimonianze e riflessioni dalle nostre missioni.
Grazie per sostenere il nostro Giornale.


Altri articoli

Edizione di Marzo 2006
A Brescia, gli incontri con l'autore Dopo il primo ciclo di incontri, i missionari saveriani di Brescia hanno programmato altri quattro appuntamenti…
Edizione di Novembre 2021
Don Tonino Bello, qualche anno fa, ad una platea di giovani gridava: “In piedi costruttori di pace!”. Il suo grido è riecheggiato al centro San Juan…
Edizione di Dicembre 2006
“Un vecchio seduto vede più lontano...” Scrive p. Mario Borzaga, martire in Vietnam: “La casa del missionario è la strada e, se qualche volta si fer…
Logo saveriani
Sito in costruzione

Portale Unico dei Saveriani in Italia

Stiamo finalizando la nuova versione del portale

Saremmo online questa estate!

Ti aspettiamo...

Versione precedente del sito