L'icona della missione: Fino agli estremi confini
Volendo raccogliere in un album le foto di Paolo, quale immagine si potrebbe mettere per ultima? Tante le scelte possibili; una sarebbe davvero allettante: una foto di Paolo vecchio e fragile, qualche amico vicino, ma a rispettosa distanza, su una nave romana, pronto ancora come sempre a prendere il vento. Piace vederlo così Paolo, preda della sua passione missionaria.
Così sembra siano stati i suoi ultimi anni. In particolare, il suo sogno di approdare in Spagna, allora terra estrema verso Occidente, e non solo in senso geografico. Là si trovavano le mitiche colonne d'Ercole, che segnavano il confine del mondo conosciuto. Là al desiderio di Paolo si opponevano la diversità della lingua e della cultura, l'assenza di comunità giudaiche a cui appoggiarsi almeno all'inizio, il delicato equilibrio socio-culturale tra i romani e gli abitanti del luogo, spesso sfruttati.
Dentro di lui c'era il desiderio di arrivare fin là. Forse per una ragione teologica: bisognava predicare il vangelo fino all'estremità della terra; allora il Signore sarebbe potuto tornare dal cielo (cf. At 1,8-10). Oppure forse è successo a Paolo quello che qualche secolo dopo è successo a Gregorio Magno che, vedendo al mercato di Roma dei giovani schiavi angli, ha esclamato: "Non angli, sed angeli!", sentendosi spinto ad evangelizzare nella loro terra. Così mandò il monaco Agostino alla corte del re barbaro Ethelbert.
Forse anche Paolo ha conosciuto qualcuno di quella terra (il proconsole Gallione, fratello maggiore di Seneca, era nato a Cordova, da una famiglia romana immigrata in Spagna nel secondo secolo a.C.). Deve essere stato conquistato dalla bellezza che sarebbe arrivata alla chiesa se anche quelle popolazioni avessero conosciuto e amato Cristo.
Sta di fatto che la difficoltà del progetto impone a Paolo un aggiustamento di strategia. Nel suo impegno missionario egli aveva sempre cercato di coinvolgere le comunità, invitandole a farsi carico delle spedizioni evangeliche che lui avrebbe attuato con i suoi collaboratori e magari con alcuni membri delle comunità.
Per l'impresa della Spagna Paolo deve affidarsi ai cristiani di Roma, in percentuale molto più alta: nemmeno i suoi collaboratori sono in grado di parlare latino e di muoversi in Spagna con le proprie risorse. Paolo fa ai romani il regalo di una lettera così bella, ricca e lunga (la lettera più lunga dell'antichità classica) anche per chiedere loro un impegno straordinario: fornire assistenza e persone.
Praticamente si verifica un rovesciamento: questa volta è Paolo ad assistere all'azione missionaria di altri. Sono suoi discepoli; parlano con le sue parole e la sua dottrina; ma intanto lui comincia a retrocedere, lasciando ad altri l'emozione, il rischio e la gloria della prima linea.
Anche questo è un estremo confine: dopo che il desiderio si è realizzato in opere, la fragilità umana spegne il fervore dell'azione, toglie le ali al vento. Allora occorre trovare al vento altre ali, altri cuori alla missione, lasciare opere e desiderio in altre mani. Come il mantello di Elia, passato sulle spalle di Eliseo. Paolo veste altri del suo mantello: sa perdere il proprio protagonismo; sa togliersi il mantello dalle spalle, che passa ancora per la chiesa, investendo tanti altri della sua grazia.
Conosco un'anziana signora, che per tutta la vita ha cucito tende, arredando famose ville e castelli. Ora la sua mano non è più salda come prima, le cuciture non sono così dritte e perfette; ma hanno una bellezza sconosciuta, perfino ai lavori meglio riusciti del passato: la bellezza del desiderio corre, oltre le proprie opere, a toccare l'infinito.
PAOLO E NOI: per un'applicazione missionaria
- Ho dentro di me la passione per gli estremi confini? Non si tratta di andare lontano. "Estremo confine", forse oggi è fermarsi a parlare con una mamma straniera. Coltivo il desiderio di offrire loro l'esperienza dell'amore di Cristo?
- L'opera della missione è grande, abbraccia i secoli. La compiamo solo se sappiamo fare la nostra parte, con la gioia di poter cooperare a un'impresa immensa. Sappiamo vedere in grande, contenti del piccolo che tocca a noi compiere?
- Sappiamo lavorare insieme, scoprendo e incoraggiando i doni degli altri, con gioia e senza invidia? Si dice che Maria sia la più grande missionaria; ma cosa faceva di speciale?








