L’accoglienza di S. Giuseppe
Accolgo, accipere, to welcome… Questo modo verbale, infatti, da sempre ci rimanda ad una parola per alcuni “sacra”, per altri desueta. La parola accoglienza si sviluppa, fin dal principio della storia umana, attraversa i confini dei giorni nostri e si proietta, lo speriamo, verso i nuovi orizzonti che l’attendono! Il sostantivo accoglienza è risuonato con forza tra le prime parole, dense di significato, di papa Francesco. Ed ecco che questo termine ha suscitato un sorriso in chi lo sviscera da anni o ha posto un interrogativo in altre persone che non lo considerano nel loro linguaggio comune. Per un uomo, un cristiano o un cittadino, la parola accoglienza dovrebbe indubbiamente avere un’importanza tale da incarnarsi in persone di buona volontà. Ricordo la prima celebrazione di Bergoglio, in una piazza San Pietro il cui famoso colonnato accoglie sempre tutti, quando notai come la catechesi iniziasse con “Fratelli e sorelle, sono lieto di accogliervi…”.
La letizia dell’accoglienza ha il potere di impreziosire subito l’arrivo e la predisposizione all’ascolto di una persona. Papa Francesco, da subito, sull’esempio di San Giuseppe, volle “aprire le braccia per custodire tutto il Popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità”. E quelle persone che scaldano in una coperta, in un pasto, in un abbraccio tante famiglie sofferenti, magari sbarcate sulle nostre coste per fuggire dai loro paesi in guerra, conoscono bene questo significato. Spesso, noi stessi avvertiamo nel cuore il desiderio di andare verso l’altro, che sia malato o straniero, nudo o affamato. Questo moto verso i fratelli è trepidazione indispensabile di qualsiasi educatore, insegnante, associazione o parrocchia che si proclami umile annuncio di una Parola di resurrezione e speranza.
Ci si può impegnare a coniugare le varie sfumature del verbo accogliere o ci si può accomodare nell’angolo di un cortile, di un centro, di un oratorio a condividere racconti e canzoni con i soliti volti noti. Tuttavia condividere vuol dire soprattutto rischiare e mettersi in gioco! Non avrà mai limiti o timori l’entusiasmo di una gioia piena nata da un’accoglienza disinteressata. E non scoraggiamoci se dovesse perfino a noi capitare di essere davanti alla porta chiusa di un centro, un oratorio, una parrocchia e dire: “Per amore di Dio, accoglietemi per questa notte!” (fonti francescane). Infatti, sapremo già che un altro Francesco ci insegna dal passato al futuro, attraverso il nostro presente, che questa perfetta letizia profuma di Infinito!







