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Kalimero: Come la bambola barbie, Dolore di perdere un figlio

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Continuiamo con la rubrica "Kalimero": fatti veri dell'Africa bantu, raccontati e interpretati per trasmettere informazioni culturali di un mondo non molto lontano, e che in qualcosa ci assomiglia e ci insegna...

Anastasia desiderava essere una madre felice come tutte le sue amiche del villaggio di Kalembe; ma lei non era mai riuscita a superare il sesto mese di gestazione, perdendo sempre il suo bambino. Il giorno, triste per Anastasia, in cui le capitò di abortire per la terza volta, mi chiamarono d'urgenza a farle visita.

Nella mentalità bantu una donna che non è in grado di generare figli sani, da regalare alla propria tribù, è considerata in modo molto negativo. Spesso è abbandonata dal marito, oppure rimane in casa come "seconda" moglie. Anastasia, si sentiva molto umiliata per la mancata maternità e soprattutto disprezzata da tutti.

La beffa dell'incomprensione

Quando arrivai a portarle soccorso, la trovai nella capanna sola, in una pozza di sangue, seduta sulle ginocchia. Era rimasta là, impietrita, come una statua di bronzo, nella penombra della sua capanna a portare da sola il suo immenso dolore.

Poco distante da lei, si trovavano radunate in cerchio, sotto il maligno ombroso, le donne che stavano commentando maliziosamente e senza cuore il grande fallimento della povera donna. Le vecchie dichiaravano a voce alta, e anch'io sentivo i loro commenti impietosi. Sostenevano la tesi che: "Anastasia è malvista dagli spiriti. Che perdeva il diritto di essere moglie secondo la legge indigena. Che è una persona inutile per il marito e per il villaggio".

Purtroppo non restata spazio di misericordia per lei. Anastasia, oltre al suo dramma personale, doveva subire anche quello dell'incomprensione di chi, invece, avrebbe dovuto darle coraggio e conforto.

Restituito agli antenati

Il volto di Anastasia, sembrava un volto del Crocefisso. S'intravedeva bene la sua sofferenza, perché il suo viso e il suo corpo, ancora seminudo, ricevevano sufficiente chiarore dall'unico fascio di luce che dalla porta si proiettava all'interno della capanna. Dopo aver speso alcune parole di incoraggiamento per Anastasia, le chiesi delicatamente del bambino. Anastasia, per questo, mi manda dal marito e dalle donne anziane che si trovano a pochi passi, sotto l'ombra del mango. A me interessava sapere sia dove era stato deposto il bambino e se, per caso, qualche cristiano l'avesse battezzato.

Mi risponde il marito: "No! Il bambino non è stato battezzato, perché non era ancora compiuto e doveva essere restituito subito agli antenati". Josufu - così si chiama il marito di Anastasia - aveva già compiuto il rito di "restituzione" agli antenati. A me che gli chiedevo di poter vedere dove aveva deposto il bambino, mi invita a seguirlo per vedere dove era stato collocato. "Vieni e vedi", mi dice conducendomi dietro alla sua capanna dove erano costruiti in miniatura alcune capanne di diversa grandezza.

Sembrava Gesù bambino

Josufu mi spiega che quelle sono le capanne costruite appositamente per gli antenati, perché possano trovare ristoro, quando di notte vengono a far visita ai loro pronipoti. E aggiunge: "Guai se lo spirito di un antenato, ritornando al villaggio d'origine, non trova tutto il necessario per sé e un posto dove riposarsi. Si potrebbe vendicare mandando malattia e morte contro di noi".

Ebbene, il bambino abortito di sei mesi era deposto nella capanna più grande, sopra un po' di erba secca. Sembrava un bel Gesù bambino. Le proporzioni erano quelle della bambola Barbie. Le forme umane erano complete e il colore della pelle non era nero, ma solo abbronzato. I bambini africani infatti nascono rosa e poi, nella misura in cui vengono esposti alla luce del sole, diventano bruni e quindi neri, entro pochi giorni. 

Io valgo quanto una cesta...

Dopo aver visto questo angolo segreto del mondo ancestrale africano, ritorno da Anastasia dentro la capanna e le dico: "Non sei in buone condizioni. Nessuno ti ha proposto di andare all'ospedale?". "No!", mi risponde. "Ma tu ci andresti volentieri? Vuoi che ti porti?".

Lei mi risponde in lingua kishwahili, con una frase lapidaria: "Mimi ndyo kitunga", che significa: "Io sono come una cesta". Cioè, non sono niente, non ho niente da dire; se mi dicono di ricoverarmi in ospedale, io vado; diversamente resto qui. La rassegnazione fatalistica di Anastasia mi ha colpito molto. Lei poverina non aveva nessuna autorità di decisione. Era veramente come una "cesta", in balia di altri.

Con il permesso del marito, ho portato Anastasia all'ospedale, sempre con la solita jeep, perché ricevesse tutte le cure del caso. In seguito, dalla voce diretta di una missionaria saveriana, ho saputo che Anastasia, seguita e curata amorevolmente, ebbe la gioia di portare a termine la maternità due anni dopo, diventando mamma felice di una bella bambina.

Al suo villaggio, come si può ben immaginare, Anastasia con la sua bambina in braccio aveva trasformato la sua vita passando dall'inferno al paradiso terrestre.



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