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Foto pubblicata in MS, marzo 2018, pagina di Alzano.La missionaria di Maria-Saveriana Teresina Caffi per i lettori del nostro giornale è sicuramente una persona conosciuta e molto apprezzata per ciò che scrive e ha scritto sulla Parola di Dio e sulla Missione. Parola che produce nel modo il bene, suscitando uomini e donne decisi a farne una ragione esclusiva di vita. Teresina è una di queste persone. È stata tra le prime sorelle, se non la prima che ha frequentato regolarmente e brillantemente gli studi teologici dai Saveriani di Parma. Ho avuto la fortuna di essere anch’io compagno di studi in quegli anni. Studi che Teresina ha proseguito con specializzazioni soprattutto nella Sacra Scrittura. Nel periodo trascorso in Congo, Teresina, tra le altre cose, si occupava del Centro catechistico di Kavinvira, girando l’estesa diocesi di Uvira per la formazione dei catechisti. Pochi giorni fa, Teresina ci ha fatto visita partecipando alla santa Messa mattutina. Davanti ad un caffè, ho approfittato per chiederle di scrivere alcuni pensieri sulla sua esperienza missionaria. Ed ecco qui frammenti di una vita intensa spesa con fede e amore (p. Fiorenzo Raffaini, sx).

Papa Leone, nell’incontro ecumenico di İznik, in Turchia, il 28 novembre scorso, ha detto: “C’è una fratellanza e sorellanza universale, indipendentemente dall’etnia, dalla nazionalità, dalla religione o dall’opinione”.

Quando i diritti umani vengono calpestati, quando un popolo trascina con fatica il peso di decenni di guerra senza vedere ancora un orizzonte certo di pace. Quando il cibo quotidiano, l’accesso alle cure, alla scuola, alla giustizia restano un obiettivo non raggiunto da tanti. Quando da un popolo pur coraggioso come quello dell’est della Repubblica Democratica del Congo si leva un muto grido di dolore e di attese deluse, prendersi cura di questa situazione diventa una priorità.
Le differenze religiose, come quelle di appartenenze politiche, scemano, diventano meno significative: conta la persona e il suo impegno di possibile rettitudine. Dico possibile perché in un contesto di asservimento, impoverimento e intimidazione uno fa quel che può.

Mi sono trovata in questi anni a cercare di camminare a fianco di persone impegnate per la verità e la giustizia, a diversi livelli (dal villaggio, alla città, alla provincia). Dopo anni, di alcuni non so ancora se erano cattolici, protestanti o - come spesso accade - di qualcuna delle nuove chiese nate anche localmente. Né mi è parso il caso di interessarmene. Comune, si può dire, a tutti i congolesi, è la fiducia in Dio, la certezza di non essere soli nell’azione e nell’impegno, di poter contare sulla sua forza e protezione.
La popolazione di un villaggio del Sud-Kivu che si è vista anni fa espropriare la terra e distruggere le case da un potente che pretendeva di esserne padrone, sta lottando insieme: ciò che eventualmente li separa è il dissociarsi dall’impegno comune, l’accettare compromessi, lo smettere di credere nel senso della lunga lotta prima con manifestazioni e poi giudiziaria.

Ciascuno di loro ha la propria fede, ma un orizzonte comune: il recupero della terra dei propri antenati, la sola che posseggono e che faceva vivere la famiglia, e la fiducia nel Dio padre degli oppressi, per chi crede alla Bibbia, il Dio dell’Esodo, che cammina con loro verso la libertà, anche se il percorso è lungo come quello d’Israele nel deserto.
Negli incontri, c’è sempre modo di non fare della propria preghiera quella dominante, invitando di volta in volta persone di diverse fedi a proclamare la preghiera iniziale, guardandoci come essere umani e figli e figlie di uno stesso Padre. È bello vedere come si mescolino persone di diverse fedi, a volte visibili anche nell’abbigliamento, affratellate dalla stessa sfida e dalla stessa lotta non violenta. E tradimenti e fedeltà si possono trovare in tutti i campi.

L’unica visione religiosa che ho ritenuto di dover combattere è quella ventata di religiosità chiamata “di risveglio”, in realtà di addormentamento: quando tutto si attribuisce a Dio e tutto si attende da Dio, magari sollecitandolo con lunghe preghiere, digiuni e offerte al pastore di turno. E un vento che può infiltrarsi anche nelle nostre comunità cristiane di lunga data, accentuato da una situazione che umanamente sembra insanabile.

L’imperativo di una vita degna in questo mondo, allo stesso modo in cui spinge le nostre comunità a lasciar cadere i possibili conflitti e a cercare di vivere fortemente la fraternità, dovrebbe essere una forte spinta per i credenti a trovare l’essenziale, superando per quanto possibile ciò che divide, a trovare comunque un’unità di fraternità e d’intenti che ponga in particolare noi tutti, comunità di discepoli e discepole di Gesù, a servizio di questo mondo tribolato. Non saremo giudicati sui dogmi ma sulla carità.



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