In cammino per… tornare al cuore
Un giorno, un grande profeta, Samuele, voleva capire su chi fosse caduto lo sguardo del Signore, e cercava tra gli uomini il più poderoso e forte per ungerlo come re… e invece quello sguardo si posò sul più piccolo, perché “Dio non guarda ciò che guarda l’uomo, non guarda all’apparenza ma al cuore” (1 Sam 16,7). Anche per me scorgere dove guarda Dio, significa centrare il bersaglio pulsante nella mia storia, seguendo le Sue tracce meno apparenti, e che oggi mi hanno riportato in Italia, in provincia di Salerno.
Il mio cammino missionario, iniziato con i padri del PIME nella mia terra pugliese (Foggia), si è subito affacciato in Campania, perché i padri ci accompagnavano per i nostri incontri a Ducenta (Caserta). La vocazione mi ha portato poi a Parma, nelle Missionarie di Maria-Saveriane, in seguito negli Stati Uniti per lo studio dell’inglese e poi in Tailandia, dove sono rimasta per 15 anni. Ora, mi ritrovo a svolgere il servizio missionario proprio in Campania, dove tutto era iniziato, e precisamente a Cava de’ Tirreni.
Sono felice di essere tornata al sud, nei luoghi delle mie origini. Sono rientrata dalla Tailandia per stare più vicina a mamma, ormai quasi novantenne e piuttosto sola, con la consapevolezza che il volto della missione non è fatto solo di partenza, ma anche di ritorno. Vorrei viverlo con gratitudine, pienamente, e non come un tempo di passaggio. Sicuramente porto nel cuore i volti e le esperienze della Tailandia, che ancora parlano e convertono i miei modi troppo occidentali. Uno di questi è il dover fare sempre qualcosa per gli altri, quel senso di volontariato così bello, ma che nasconde anche schemi da “crocerossina e paziente” che mi portavo dentro.
Ricordo che nel mio apostolato dedicavo molto spazio alle visite ai malati, non perché avessi qualche abilità infermieristica, ma perché potevamo portare una parola di consolazione o un aiuto concreto dove fosse possibile, in un contesto quasi totalmente buddhista. Così, mi sono imbattuta in un ragazzo di 30 anni di nome Robert, paralizzato in un letto da quando ne aveva 17 per un incidente di moto. Lui, convinto buddhista, non aveva bisogno della mia consolazione di missionaria cattolica e neanche dei miei tentativi di sistemargli le cose con una carrozzina o altro. Quindi, ho capito che quel togliermi i sandali ogni volta che entravo nella sua casa, aveva un significato più profondo: spogliarmi un po’ delle mie buone convinzioni ed entrare più in punta di piedi in storie di sofferenza che avevano tanto da insegnarmi.
Un giorno, sono andata da lui piuttosto frustrata e non ho potuto trattenere le mie lacrime perché, dopo 5 anni, non riuscivo né con la lingua, né con i thailandesi… Ed è lì che lui mi ha chiesto di abbracciarlo. Così in quella mia debolezza, in quei nostri limiti finalmente condivisi ci siamo potuti incontrare come fratello e sorella, nel dono reciproco, anche se solo per un tratto di strada.
Oggi, parte della mia missione è con mia madre malata di Alzheimer, e parte con le consorelle a Cava de’ Tirreni. Siamo una comunità di 5 (una di passaggio), di culture ed età diverse. Siamo impegnate nella pastorale missionaria, con giovanissimi, giovani e laici, e svolgiamo alcuni servizi sociali come quello nella Caritas diocesana. Abbiamo anche il piacere di collaborare nell’animazione con i saveriani della comunità di Salerno.
Non dimentico però quello che ho imparato. C’è una porta stretta nel Vangelo e in Oriente che non si può evitare di trovare e varcare, non è quella della logica, ma la porta del cuore. Non a caso capire in thailandese si dice “entrare nel cuore” e convertire si dice “tornare al cuore”. Ed è dove spero che il mio cammino mi porti.







