In Brasile, la settimana degli indio
Pubblichiamo questa bella testimonianza del saveriano marchigiano p. Savio Corinaldesi, missionario in Brasile.
Tutti gli anni, nella seconda metà di aprile, migliaia di bambini brasiliani escono dalle loro scuole con il volto dipinto e con una penna infilata nei capelli: celebrano “a semana do índio” - la settimana degli indio.
Quei colori e quelle piume, però, anche ingentiliti dall’innocenza dei bambini che li ostentano con orgoglio, non riescono a nascondere una realtà che si trascina da 500 anni, una realtà che parla di due popoli che non si sono mai “incontrati”, una realtà che è tutta tessuta di violenza, sopraffazione e sterminio.
La curiosità dei… bianchi
Oggi è il 19 aprile, domenica. Mattinata luminosa che invita a uscire di casa. Sul giornale una notizia: “Indio kayapó si esibiscono nel Mangal das Garças”. Il Mangal das Garças è un delizioso angolo di Belém, con tanto di allevamento di farfalle, vivaio di orchidee, habitat protetto per decine di trampolieri e altri animali tipici della regione, incorniciato nella lussureggiante vegetazione tropicale.
È in questo ambiente che i venti indio kayapó si incontrano con la popolazione di Belém, in un’iniziativa chiamata: “Indio, un brasiliano che il Brasile ignora". Espongono il loro artigianato e si sottomettono pazientemente a soddisfare la curiosità dei “bianchi”.
Invito a danzare insieme
Il programma più interessante avviene nel “Teatrino” del Mangal, dove alcuni cantastorie popolari raccontano leggende comuni alla cultura indigena e a quella portoghese. Tra un racconto e l’altro, gli indio si esibiscono nelle varie danze del loro repertorio. Anche i bambini kayapó hanno la possibilità di mostrare il loro talento, ricevendo calorosi applausi.
Prima di finire lo spettacolo, gli organizzatori dell’evento invitano i bambini “bianchi” che hanno assistito allo spettacolo, a danzare insieme ai loro coetanei kayapó. L’invito lascia interdetti genitori e bambini. C’è un momento di indecisione. Ma è solo un minuto per rifarsi dalla sorpresa. In un istante, lo spazio aperto dagli spettatori si riempie di bambini e bambine, desiderosi di cimentarsi nella danza kayapó.
Non è stato facile per i ballerini aggiustare il passo. E il risultato finale non potrebbe certamente essere considerato perfetto. Ma gli adulti con i loro applausi di incoraggiamento e i bambini con la loro gioiosa spontaneità, hanno dato un’idea di come sarebbe bella la società brasiliana se tutti entrassimo nella danza della vita, con le stesse buone disposizioni.
Purtroppo però…
Purtroppo, in quello stesso momento a New York, nella sede dell’ONU, una delegazione di indio denunciava lo Stato brasiliano, reo di violare la Costituzione e le norme internazionali che garantiscono i diritti dei popoli indigeni.
Purtroppo, in quegli stessi giorni a Brasilia, 1.500 leader di 200 etnie di ogni regione del Brasile, protestavano contro la proposta che renderebbe più difficile la demarcazione delle terre indigene.
Purtroppo, proprio in quei giorni ad Apareçida, nel corso della 53ª assemblea generale dei vescovi del Brasile, ancora una volta, si alzava la voce di mons. Erwin Krautler, vescovo dello Xingu e presidente del Consiglio indigenista missionario (CIMI):
“Ancor oggi agli indio in Brasile sono negati i diritti fondamentali alla vita, alle terre dei loro antenati, a essere differenti nei loro costumi e tradizioni, nella cultura e lingua.
Racconto eventi che si verificano in questi giorni e cerco di mostrare il calvario di 305 popoli indigeni trattati come stranieri nel loro paese e addirittura accusati di essere usurpatori delle loro terre tradizionali o di invadere proprietà produttive”.







