In Bangladesh con padre Gargano
"Abbiamo visto come si pratica l'amore": Antonio, Antonella Iemmo e don Antonio Romano di Caprecano e Fusara hanno accompagnato p. Gargano in Bangladesh. Antonio fa il portavoce.
Non è facile poter descrivere quello che ho visto, sentito e... annusato. Non è facile raccontare quello che ho provato nel viaggio di tredici giorni in Bangladesh, paese sconosciuto. Sono tanti i pensieri, le emozioni, le indignazioni, le gioie che hanno invaso il mio cuore.
Il desiderio di conoscere
Avevo voglia di andare a fare una "visita" alle missioni, per conoscere le persone di cui sento parlare spesso e che hanno deciso di dedicare la loro vita alla missione, a Cristo, agli altri… L’occasione è arrivata con la partenza per la missione di p. Giovanni Gargano, compagno e amico di tante iniziative a Salerno.
Il Bangladesh ha una superficie che è circa metà dell’Italia, ma la popolazione è tre volte la nostra. Lì l’anagrafe, cioè il censimento dei propri abitanti, ancora non esiste, la plastica è bandita perché causa inquinamento, l’alimentazione a gas è preferita alla benzina, i colori sono sgargianti, le donne velate, gli uomini di carnagione meticcia.
Una domanda provocante
Mi ritorna in mente un episodio. Eravamo appena tornati da una baraccopoli lunga persi chilometri ai due lati della ferrovia tra i palazzi della capitale Dhaka. Tutto l'opposto delle comodità, degli spazi e servizi delle nostre case. Durante la Messa, ascoltiamo le parole di Gesù: "Cosa guadagna un uomo se conquista il mondo intero e poi perde la sua anima?". Un pensiero ci viene immediato, una sensazione ci spinge a guardarci negli occhi, pensando a quanto visto in mattinata.
Ascoltando la domanda di Gesù a noi, suoi discepoli, dobbiamo davvero pensare non a quanto abbiamo in mano, ma a come viviamo nello spirito. L’invito di Gesù ci fa da faro, da guida; ci aiuta a vivere questa esperienza come un pellegrinaggio verso l’incontro con tanti volti di Cristo e dell’uomo, della speranza e della gioia, della miseria e della tristezza.
La teoria penta pratica
Tanti sono stati gli incontri, i sorrisi di accoglienza e i ciao di saluto. Tante le mani da stringere e quelle distese a chiederci un aiuto. Tanti gli occhi alla ricerca di un sorriso, di una foto per ricordarci di loro. Tante le persone contente di raccontare di sé e della propria famiglia, del villaggio, del paese e tante le richieste semplici e spontanee di conoscerci. E le nostre tante iniziali paure, i timori e i pregiudizi sono scomparsi lungo il cammino…
Con certezza posso affermare di aver visto e percepito, con forza e costanza, la testimonianza dell’amore evangelico, la parola di Dio non solo predicata, ma vissuta concretamente. Questa testimonianza è visibile nella scelta dei missionari di andare a vivere la propria vita in un paese così perso da quello in cui sono nati, di stare accanto a chi la società civile e umana mette ai margini, di lottare al fianco degli ultimi, di "gettare" i semi della dignità e dell’uguaglianza per le generazioni in crescita.
Un’esperienza indimenticabile
Nel cercare di riassumere quello che ho provato, mi vengono in mente i saveriani e le suore che ci hanno accolto. Sono persone che annunciano la parola di Dio con la propria vita, con le scelte e gli impegni quotidiani, con i loro sorrisi e anche arrabbiature. Persone che vivono la fede con il legame irrinunciabile, inesauribile ed "energizzante" dell’incontro con Dio nell’Eucaristia e nella preghiera.
Le foto scattate hanno cercato di "rapire" tutto ciò che attirava i nostri sensi, per poi rivivere quanto abbiamo provato in quei giorni. Ma la paura di dimenticare è subito sconfitta, perché abbiamo fatto un’esperienza davvero indimenticabile.








