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In America Latina: ogni giorno, la speranza nella vita

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La storia non finisce con la morte

Scrivo da Medellin, nel nord della Colombia, la città “dell’eterna primavera”, come dicono qui. Tutto l’anno il clima è veramente primaverile: caldo ma non troppo, molta pioggia, natura stupenda, tanti fiori...  Ma è anche una delle città più violente della Colombia; è la città del “Cartel de Medellin” (la mafia della droga). La chiamano anche la città “páisa”, la città bianca, perché negri e indio sono pochi. È la città più industriale della Colombia, anche se c’è troppa povertà e ingiustizia. Qui si radunano tutti quelli che non hanno niente, con la speranza di trovare un lavoro.

A Medellin noi saveriani abbiamo un seminario: una casa dove i giovani si preparano ad essere sacerdoti e missionari. Attualmente, cinque giovani stanno facendo il loro cammino di preparazione. Io non lavoro con loro, in seminario; il mio lavoro è di animazione missionaria e vocazionale. Visito le parrocchie, i gruppi giovanili, le scuole, per animare soprattutto i giovani.

Ho visto la sofferenza e la speranza

Alcune convinzioni profonde accompagnano e sostengono la nostra vita di missionari. Sono le stesse convinzioni che animano le nostre comunità cristiane. Sappiamo che Dio ci vuole bene. Per amore, il Figlio si è fatto come uno di noi, cammina con noi. Dio stesso fa esperienza delle cose belle e anche delle sofferenze di tutti noi, fino a fare l’esperienza più difficile e negativa: quella della morte in croce. Ma c’è la Pasqua! A Pasqua celebriamo una storia che non finisce con la morte del protagonista. Il nostro Dio è il Dio della vita e la vita vince sempre, anche se non sembra, anche se noi personalmente stiamo attraversando un’esperienza negativa. Molte persone stanno vivendo l’esperienza della croce. Ma crediamo che è per poco tempo; che la croce non ha l’ultima parola...

Io l’ho visto, l’ho sperimentato, l’ho toccato con mano nella mia piccola esperienza missionaria. Ho visto tante croci, sofferenze, ingiustizie. Ma ho visto anche tanta speranza, tanta vita, tante cose positive. Sto vedendo un popolo, il popolo colombiano, che nonostante le sofferenze e le ingiustizie (che sono tante), continua a lottare e sperare. Non con la speranza dello stupido o del superficiale, ma con l’intelligenza e la forza di chi crede nella vita, nell’uomo e soprattutto in Dio, che non abbandona la sua gente.

Non hanno niente, ma la fede sì

La differenza tra l’Italia e la Colombia forse sta proprio in questo: credere nel futuro, credere nella vita, dare vita ai figli, anche in mezzo a difficoltà economiche. Credere che domani sarà migliore e lottare perché questo avvenga, anche quando tutto sembra provare il contrario. Questo è lo spirito della Pasqua; lo spirito della domenica, il giorno del Signore-che-vive-con-noi.

Vado spesso a trovare la gente, specialmente nei quartieri più poveri della città di Medellin. In questo periodo sto visitando un quartiere popoloso che non ha parrocchia né parroco. Si chiama “barrio di conquista”. Erano tutti contadini. I paramilitari e la guerriglia li hanno costretti a lasciare casa e terra e ad evacuare. Arrivando in città, hanno occupato una collina in periferia e hanno costruito un quartiere di baracche. Sono diecimila persone che non hanno nulla, nessuna sicurezza economica o materiale. Ma hanno una grande forza e speranza, una grande voglia di fare, di unirsi, di costruire qualcosa di nuovo.

Gente piena di fede. Ma non una fede superficiale, “borghese”, di quelli che vanno a Messa la domenica e si fanno un Dio a propria misura. No, una fede autentica, incarnata nella vita, una fede “forte”.

“Tutti i giorni mi dà la vita”

L’altra sera, abbiamo fatto un incontro per preparare insieme il messaggio da trasmettere alla gente del quartiere. Una signora era seduta vicino a me, con tre bambini piccoli che si muovevano, correvano, si aggrappavano alla mamma, giocavano... Durante tutta la riunione la signora non ha detto una parola. Ci sono sempre persone così: persone semplici, che non hanno bisogno di dire tante parole, come la Madonna. Verso la fine, la signora alza la mano e timidamente dice:

“Padre Giuseppe, perché continuiamo a presentare un Dio che soffre, un Dio che muore sulla croce? Perché continuiamo a celebrare la morte? Dobbiamo presentare un Dio della vita, un Dio della speranza. Io credo in questo Dio. Io l’ho vissuto e sentito sempre così. Perché tutti i giorni mi dà la vita e nonostante io non ho marito, non ho lavoro e ho sei bambini, tutti i giorni trovo qualcosa da mangiare, incontro persone che mi aiutano. La mia forza sta nel credere che domani sarà meglio e che Dio non mi abbandona. Non è la morte che vince, non è l’ingiustizia, non è la mancanza di lavoro o di cibo che vince. Vince sempre la solidarietà, la vita, l’amore. Io ci credo!”.

Ogni giorno Dio vive con noi

Non sono al cento per cento le parole esatte della signora, perché non avevo il registratore. Ma questo è il suo pensiero. E mentre lei parlava, pensavo alla Pasqua. Pensavo: guarda come una persona semplice ha capito la Pasqua. Guarda come lo Spirito di Dio illumina la gente semplice. Guarda come non è necessario studiare tanto per capire il cuore di Dio e dare senso alla vita di fede...

Io devo capire ancora tante cose della vita e della Pasqua. Però, vivendo insieme alla gente del “barrio di conquista”, con le sue lotte e le sue speranze, capisco meglio che ogni giorno della vita è giorno del Signore.

Ogni giorno il Signore viene a vivere con noi, per darci fiducia nella vita.



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