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Interessante è sentire che i fili della vita, i ricordi, i consigli, la guida, i suggerimenti, le confidenze... uno ad uno si stanno staccando. È come quando avevo tagliato il nervo della mano, che pian piano si arricciava e si ritirava.

Sono in casa dove la mamma, da quando si è sposata a 25 anni e fino ai 92, ha vissuto. È un luogo pulito (anche ora dopo tre anni di Covid in cui mia mamma è stata accolta da mia sorella), ogni angolo visto e rivisto, liberato dalla polvere e dai ragni, scopato e ripassato. Un mondo che parla, il suo mondo: casa, stalla, orto, campi, cortile... Ma un luogo curato, amato, stagione dopo stagione, mese dopo mese, settimana dopo settimana, giorno dopo giorno. La pulizia giornaliera e settimanale della casa e del cortile il sabato, come per preparare l’ambiente alla festa della domenica. La domenica giorno del Signore. Bisognava vestirsi bene, con i vestiti della festa per la Messa. L’immancabile brodo, perché è domenica, festa e gioia (retaggio della povertà provata da piccola quando la carne era difficile da avere; noi la prendevamo in giro, quando poi c’era una maggior disponibilità economica e si poteva bere brodo più spesso).

La giornata era scandita dal lavoro. La mungitura alle sei di mattina e alle cinque del pomeriggio, il lavoro nei campi nelle stagioni, per sostenere la ditta edile di papà, per avere un paracadute finanziario se gli affari fossero andati male. L'attesa di papà per il pranzo del mezzogiorno. Mamma Licia è stata una donna che ha vissuto fino in fondo il suo tempo, lo ha gustato e lo ha centellinato, come si beve un bicchiere di vino buono, fino agli ultimi giorni. E, durante gli ultimi tempi, abbiamo potuto vedere e ascoltare, attraverso le poche frasi che riusciva a dire, la sapienza che veniva da questo “vino” della vita.

Novantadue anni. Tanto lavoro, tante relazioni, tante amicizie, tanta sofferenza, tanta dedizione, tanta solidarietà, tanta preghiera, tanto amore, tanta sapienza. “Cjapin une robe a la volte”, prendiamo una cosa alla volta ci suggeriva. “È la tua strada”, diceva a me che ero lontano. “È il tuo lavoro”, diceva a Lucia quando ha dovuto adeguarsi agli orari della sua nuova famiglia. “Grazie saveiso”. Grazie sapete, diceva a mia sorella e a me. Tanto che ho dovuto ricordagli una sua frase quando tornavo a casa dall’Istituto. A me, che ero abituato a ringraziare per i servizi ricevuti (lo facevo spesso) lei ricordava: “Guarda che sei a casa tua, e in famiglia ci si aiuta”.

Ricordo la Famiglia, lo spirito di famiglia, di aiuto, di servizio, di dono al Signore, agli altri, al mondo, che lei ha creato come base e che poi ho scoperto in S. Guido Conforti che dice ai suoi missionari: “Fare del mondo una famiglia” e “Amate la congregazione come madre”. Per questo, è stato quasi naturale il passaggio da questo stile familiare alla chiamata nella congregazione missionaria saveriana. Uno spirito instillato da papà e mamma in modo naturale e cristiano. Un grazie a loro due, che ora dal cielo ci accompagnano nella missione di “Fare del mondo una famiglia”.



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