Il seme muore, ma porta frutto
Aldo Marchiol, Ottorino Maule, Catina Gubert, nella loro missione in Buyengero, in Burundi, sapevano di essere nel cuore della bufera che si scatenò il 21 ottobre 1993, quando Melchior Nadadaye, il primo presidente hutu eletto democraticamente solo pochi mesi prima, viene ucciso.
Le esecuzioni della “guerra etnica”
“È guerra civile, etnica”, si dirà. Ma non solo. Aldo, Ottorino e Catina rimangono al loro posto, e sanno di rischiare grosso. Testimoni fedeli e coraggiosi compagni di viaggio della loro gente. Non temono, non cedono alle minacce, protestano di fronte alle ingiustizie e non tacciono davanti alle violenze. E questo decreta la loro condanna a morte. La sera del trenta settembre vengono fatti inginocchiare nel soggiorno della missione e giustiziati.
Mons. Ruhuna è il primo vescovo della giovane chiesa del Burundi a pagare per il suo coraggio nel denunciare ingiustizie e violenze. Nonostante le uccisioni subite nella sua famiglia, egli non cede, cerca il dialogo, offre protezione a tutte le vittime.
Quaranta giovani seminaristi, hutu e tutsi, vengono sterminati nel seminario di Buta. “Dio è davvero buono e noi l’abbiamo incontrato!”, queste le parole cantate dai giovani seminaristi al termine del loro ritiro spirituale!
L’ultimo, mons. Michael Courtney, nunzio apostolico in Burundi, viene giustiziato in territorio di Minago a 50 chilometri da Bujumbura; tornava da un incontro. Erano in quattro su una macchina che recava, ben visibili, le insegne del Vaticano; solo il nunzio è ferito a morte. È un’esecuzione premeditata.
Mons. Courtney è il primo nunzio ucciso nella storia della chiesa: era un uomo di grande fede, era un uomo di pace e per essa si era speso fino alla fine. Lo si deve anche a lui, al suo incessante impegno, se la guerra finì. L’ultimo gruppo ribelle firmò gli accordi di pace nel 2005.
La gente non perde la speranza
Altri dieci anni sono passati, fra la voglia di crescere e ancora tanta diseguaglianza, fra libertà apparente e molte limitazioni. Il rimedio alla fine si è rivelato peggiore della malattia. Ma la gente spera sempre, forte anche della testimonianza di tanti religiosi e religiose, catechisti, responsabili di comunità che non hanno mai abbandonato il campo, che sono rimasti al fianco della popolazione anche nei momenti più bui.
E di speranza raccontano le vite delle tre sorelle saveriane che, pure avanti negli anni, non hanno mai smesso di essere fra la gente e per la gente. Così come i primi saveriani giunti in Burundi 50 anni fa, nel 1964, chiamati a fortificare la presenza cristiana frutto della recente evangelizzazione, ma anche a essere testimoni viventi del vangelo.
E tutti i saveriani che hanno speso la loro vita in questo piccolo paese lo sono, a cominciare da p. Bepi de Cillia, soprannominato “Buyengero”, mancato il 4 gennaio 2015, che ha speso la vita fra preghiera e lavoro, per migliorare le condizioni di chi non può contare su nulla, degli ultimi. Sono giovani missionari che con entusiasmo mettono in pratica la propria fede e cominciano a seminare.
“Ma se il seme non muore…”. E i semi muoiono, ma danno frutti. Solo così può essere letta la crescita spirituale di un popolo che, fra massacri e guerre, dagli anni ‘70 ha conosciuto orrori, fughe, esilio, tortura, fame, malattia. I saveriani seminano e ora i frutti sono maturi. Il disegno silenzioso di Dio si completa pian piano.
Evangelizzatori per una nuova semina
La casa di formazione di Bujumbura si affolla di giovani che nella testimonianza dei missionari saveriani in particolare hanno riconosciuto il senso della vita religiosa. È la stagione delle vocazioni, quella del primo saveriano burundese ordinato lo scorso anno a 50 anni dall’arrivo dei primi figli di Guido Conforti in Burundi. Altri ne verranno. È il tempo della gioia e il dolore per tante sofferenze, che pure non scompare, si attenua alla luce dei frutti che la nostra famiglia saveriana sta raccogliendo.
È la luce, che però pare spegnersi un’altra volta fra il 7 e l’8 settembre del 2014. Tre sorelle saveriane, donne miti e di pace, vengono orribilmente uccise.
Solo Dio sa perché. Ancora sangue. Altri martiri. Una lunga, troppo lunga scia di sangue. Il dolore è immenso per tutti e altri dolori riemergono, mai sopiti.
È la nostra terra, terra d’Africa, rossa come il sangue, ad accogliere tutti questi martiri. Che ora sono e saranno per sempre a illuminare il nostro cammino e quello dei giovani africani che si stanno preparando alla missione.







