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Si è svolta sabato 3 dicembre, di nuovo in presenza (finalmente!), la Giornata di spiritualità missionaria in occasione della Festa di S. Francesco Saverio. Erano presenti il vescovo di Forlì, mons. Livio Corazza, con il Vicario Generale don Enrico Casadei Garofani, il vescovo di Cesena mons. Douglas Regattieri e circa 35 presbiteri delle diocesi di Forlì, Ravenna, Cesena e Faenza.

San Francesco Saverio è modello e ispiratore dell’azione missionaria di tutta la chiesa. Desidero presentare tre immagini che ci possono ricordare l’ardore missionario del Saverio, il suo amore per Cristo, la sua vita di servizio e la sua disponibilità per nuovi inizi nella vita missionaria.
Mentre San Francesco Saverio era in viaggio su una barca a vela gli cadde in mare il Crocifisso che portava sempre con sé. Non fu possibile ripescarlo e la nave continuò fino al porto. Ma, appena messo piede sulla spiaggia, con gioiosa sorpresa, Saverio vide un granchio che gli riportava il crocifisso.
Il Crocifisso è la prima icona su cui riflettere. San Guido Conforti ha scoperto la sua vocazione a colloquio col Crocifisso. Il crocifisso viene consegnato a tutti i saveriani nel giorno della loro professione perpetua come “il gran libro - scrive Conforti - sul quale si sono formati i santi e sul quale noi pure dobbiamo formarci…”. Papa Francesco, in una sua omelia, ha detto: “Teniamo lo sguardo rivolto alla Croce: lì si colloca qualunque autorità nella chiesa, dove Colui che è Signore, si fa servo fino al dono totale di sé”.

La seconda immagine è rappresentata dal granchio. È un crostaceo considerato di poco valore; eppure è quello che ha portato il Crocifisso al Saverio. Ci ricorda il servizio, umile e continuato, che la vita cristiana richiede. Il granchio ha usato le chele, che servono per nutrirsi e difendersi, per portare il Crocifisso a riva. Ci ricorda che il cuore, la bocca e le mani devono essere sempre aperti a servizio dei crocifissi della vita, carne di Cristo.

Infine c’è la vela. La vela della nave ci mostra Saverio che attraversa gli oceani con lo sguardo sempre rivolto a nuovi lidi e a nuovi popoli a cui annunciare il Vangelo. La vela serve se si spiega al vento, al soffio dello Spirito che ci guida nel corso della vita. Non dobbiamo mai ammainare la vela dello Spirito che ci spinge al largo oltre i confini geografici e sociali, oltre le incrostazioni storiche e culturali, oltre i limiti dell’appartenenza religiosa e razziale. Papa Francesco ha profeticamente detto: “Non rinunciamo ai grandi sogni. Non accontentiamoci del dovuto. Il Signore non vuole che restringiamo gli orizzonti, non ci vuole parcheggiati ai lati della vita, ma in corsa verso traguardi alti. La vita è il tempo delle scelte forti, decisive, eterne. Scelte banali portano a una vita banale; scelte grandi rendono grande la vita”. La vita di San Francesco Saverio è tutta segnata da scelte forti e decisive, sempre alla sequela di Cristo verso nuovi orizzonti.

Oggi, tutto il mondo è missione. In occidente siamo di fronte alla prima generazione umana che sta imparando a vivere senza la Chiesa e senza Dio. L’esperienza religiosa per tanti è semplicemente irrilevante. Se ne può fare a meno e il fossato che separa le nuove generazioni con l’universo ecclesiale continua ad allargarsi. Cosa possiamo fare? Abbiamo molti interrogativi e poche risposte.
Don Armando Matteo, ora segretario per la sezione dottrinale del Dicastero per la dottrina della fede, in un’intervista del settembre 2021, suggerisce di iniziare con una sorta di “Opzione Francesco”. Il primo passo sarebbe quello di accettare che ci troviamo in un mondo profondamente cambiato. E quindi bisogna accettare che un certo modo di essere cristiani e di fare pastorale non funziona più. Il terzo passo è provare tutti insieme a trovare un nuovo modo di essere cristiani oggi. Come San Francesco Saverio anche noi dobbiamo fare scelte forti e decisive.

È una sfida colossale. I documenti, il cammino sinodale, gli incontri e le proposte pastorali a livello diocesano e nazionale, non mancano di indicare buone idee e prassi per dare una svolta al nostro impegno di evangelizzazione. Eppure, non ne vediamo ancora i frutti. Mancano i giovani e senza giovani la chiesa semplicemente muore. “Signore, perché non ci dai idee migliori?”, chiedeva il cardinal Martini. I sacerdoti si sobbarcano una mole ingente di lavoro. E, spesso, il loro tempo è assorbito da pratiche burocratiche e dalla celebrazione dell’Eucaristia per piccoli gruppi nelle chiese loro affidate. Forse ci stiamo abituando, ma non dobbiamo perdere la speranza e il coraggio per nuove iniziative.

E chi non viene in chiesa? Proprio qui sta la sfida della missione. Ripartiamo da una domanda di don Armando Matteo: “Quanto ci manca, la chiesa che manca?”. La risposta implica spiegare le vele al soffio dello Spirito che ci porta verso orizzonti sconosciuti.



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