Il mito Kayapò: Su ali d’aquila
La preghiera allo Spirito Santo - Da: GERALDO
Pensavo che fosse solo per i giorni di festa! Invece, l’uso delle piume è più comune, più quotidiano di quanto pensassi. Vera “arte plumaria”, molto ricca nelle cerimonie e nelle feste, più semplice nella vita ordinaria di ogni giorno: una piuma al braccio; due piume sulla schiena, che pendono da un collare, oppure orientate verso il cielo, fermate alla nuca da un diadema di fibre vegetali.
Mi sono ricordato di quello che scrive padre Renato Trevisan nel suo bel volume sui Kayapó, il popolo che viene dall’acqua: “Le piume sono presenti in tutto l’arco della vita dei kayapó e sono di uso quotidiano. Va da sé che anche il loro uso trova la sua origine nella mitologia”.
Ecco il “kayapó ideale”
L’aquila, o “il grande avvoltoio”, era l’unico uccello esistente all’origine dei tempi, ucciso da due fratelli giganti. Le sue piume diventano per gli eroi il segno della loro superiorità. Kukrytwir e Kukritkokô - questi i nomi dei due fratelli - si rivestono delle sue piume, non solo per ricordare a tutti le loro gesta, ma soprattutto per conquistare e assicurarsi le virtù e le capacità di volo del grande avvoltoio.
Scrive p. Renato: “L’avvoltoio reale, dalla vista acuta e dal volo particolarmente solenne, a cui il mito attribuisce l’origine di tutti gli uccelli, rimane per i kayapó il primo degli sciamani, colui che ha poteri naturali e possiede anche quelli soprannaturali. Come l’avvoltoio, lo sciamano kayapó può volare, avere una visione cosmica dell’universo, conoscere i misteri della realtà umana e quella soprannaturale, che sfugge a chi non è sciamano. Egli diventa così l’esempio del kayapó ideale, un essere che sa volare, superare tutto, compresa la morte, e comunque superare gli ostacoli, per raggiungere il modo di essere degli eroi mitici e ottenerne i poteri”.
Per volare verso l’infinito
Volare, come icona dell’eterno sogno della persona umana di superarsi, di infrangere barriere, di penetrare nei misteri della vita e della morte. L’uomo supera infinitamente l’uomo, ci ha ricordato Paolo VI. E Benedetto XVI, nella sua prima enciclica ha ripetuto: “Sì, l'eros vuole sollevarci in estasi verso il divino, condurci al di là di noi stessi”.
Planare liberi e leggeri, al di sopra di tutti gli ostacoli della foresta, e superarli senza fatica, penetrate con lo sguardo acuto oltre il folto e impenetrabile intrigo di rami e fogliame, per vedere anche il più piccolo animale strisciante al suolo e piombare sulla preda con precisione infallibile. Non è questo un “andare oltre noi stessi” e volare “verso il divino”? Non è il mito e l’uso delle piume l’espressione, povera ma di una bellezza straordinaria, della presenza dei semi del Verbo e dell’azione misteriosa dello Spirito?
È lo Spirito che suggerisce a questo popolo il desiderio di andare oltre, di volare fino a Colui che ancora non conoscono come loro Creatore, che li custodisce come la pupilla degli occhi e li protegge all’ombra delle sue ali. Nonostante le ingiustizie che si stanno perpetrando contro di loro, i kayapó stanno crescendo in numero e nella consapevolezza della loro dignità e delle loro capacità artistiche.
“Proteggili con le tue ali, Signore!”
Mentre mi allontanavo dall’aldeia - il villaggio indio - pregavo per la loro piena liberazione: potessimo un giorno non lontano raccontare anche per loro il miracolo, raccontato nel libro dell’Esodo: “Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto venire fino a me” (Es 19,4). Inconsciamente, anche i kayapó attendono quest’Aquila divina che li liberi, li faccia volare in alto, sempre più in alto; dia loro l’occhio penetrante del profeta e li protegga come “come gli uccelli proteggono i loro pulcini” (Is 31,5).
Liberi, possano godere i prodotti della loro terra, come il popolo eletto, liberato dalla schiavitù. Così afferma la sacra Scrittura: “Come un’aquila che veglia sulla nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali. Il Signore lo guidò da solo. Non c’era con lui alcun dio straniero. Lo fece montare sulle alture delle terra e lo nutrì con i prodotti della campagna” (Dt 32,11-13).







