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La convinzione di un volontario di Parma

I saveriani che vivono in casa madre a Parma o che vi transitano per curarsi e riposarsi un po', sanno che al quarto piano soggiornano i missionari anziani, malati o non più autosufficienti, provenienti dalle varie missioni nel mondo. L'assistenza è svolta da personale idoneo e organizzato, ma rimane comunque la sofferenza di chi vive un disagio fisico della persona, specialmente nella dimensione dinamica e acuta della malattia. Il loro disagio interroga chi oggi è in buona salute e prova paura per il proprio futuro.

Ma il quarto piano può diventare un luogo di vita e di amore, di fratellanza e di dono, anche per noi volontari che dedichiamo con fede e gioia un po' del nostro tempo a far compagnia ai missionari sofferenti.

Ricordo ancora padre Mattu

Vidi per la prima volta arrivare in casa madre un missionario piccolo ed esile che trascinava un'enorme valigia. Era p. Peppino Mattu. I confratelli mi dissero che era tornato in Italia per curarsi. Subito dentro di me scattò il desiderio di aiutarlo, di stargli vicino, quasi sorreggerlo fisicamente. Il suo viso così pulito, il suo sorriso, i suoi occhi scuri, lo facevano assomigliare a un bambino.

Imparai a conoscerlo meglio durante la degenza in ospedale. Dopo l'intervento, comunicava con la lavagna e dopo gli esercizi di logoterapia scriveva: "Sono diventato proprio uno scolaretto!". Poi il ritorno dall'ospedale a casa e i primi tentativi di alimentarsi. Passando a trovarlo era raggiante, perché con tanta fatica riusciva a ingerire qualcosa di liquido. Era preciso, meticoloso, con un gran senso dell'ordine e del pulito. Quante volte mi ha fatto pulire il cucchiaio, risciacquare il bicchiere!

Aveva capito che per me era una gioia immensa poterlo aiutare e vivere insieme momenti di vita comunitaria.

Poi sono arrivati i giorni della ricaduta e la voce si faceva più flebile. La tensione mi prendeva, la paura di non capirlo mi faceva star male. Ero come disorientato, mi sentivo quasi in colpa e lui, sensibile com'era, lo aveva avvertito e con le mani mi tranquillizzava.

Nei giorni successivi, nostro Signore è venuto a prenderti per portarti in paradiso. Ha attorniato il tuo letto di una miriade di angioletti e tu, nel sopore della malattia, allungavi le braccia quasi a volerli stringere al petto.

Sono convinto di una cosa

L'incontro con i missionari sofferenti, come p. Peppino, mi porta a riflettere su una cosa: sono convinto della centralità del malato, dell'anziano, del non più abile, anche nella nostra vita quotidiana. Dobbiamo vivere felicemente questa quotidianità: loro, per farli sentire ancora protagonisti nella sofferenza; e noi, per sentirci privilegiati nel donare al Signore e a loro il nostro affetto e la nostra disponibilità.



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