Guardare dall’alto… l’Africa
Sono tornato in Italia per le vacanze. E, dopo un po’ di tempo ho scritto dell’Africa a partire da qui. Il luogo dove la testa pensa, il cuore sente e gli occhi osservano cambia il senso di ciò che le mani scrivono. Soprattutto se il luogo è quello dove sei nato e cresciuto. Un giorno di fine luglio, sono salito al rifugio Pedrotti, sulle Dolomiti del Brenta per guardare dall’alto il sentiero, la vallata, le cime, le persone. Guardare dall’alto, per guardare più in là, per guardare oltre. Guardare dall’alto l’Italia, la sua storia, il suo presente. Guardare dall’alto l’Africa, il Mozambico, la scuola, i villaggi, le capanne. Guardare dall’alto il Mediterraneo e chi cerca di attraversarlo. Guardare dall’alto la chiesa e il suo cammino nella storia dell’umanità. Salire, guardare dall’alto, mettersi dentro tutto. E fermarsi. Alla fine, non c’è modo più umano per scendere in profondità dentro la propria vita e nella vita del mondo.
Nella lingua sena, l’uomo bianco è chiamato ancora oggi “nzungu”. Deriva dal verbo “kuzungulira” che significa “circondare”. L’uomo bianco era, letteralmente, “colui che circonda”, perché risaliva il fiume Zambesi e circondava il villaggio, per fare razzia di schiavi, oro e avorio. La storia continua a ripetersi. Da cinque secoli, l’Africa è saccheggiata, per fornire beni indispensabili al mondo occidentale.
In Italia, sento molto parlare di Africa e di africani. La maggior parte delle persone che ascolto hanno le idee chiare… Sarebbe bene che chi parla di Africa, chi ne scrive, chi prende decisioni, prima di parlare, di scrivere, di decidere, facesse un respiro profondo e un attimo di silenzio. E poi salisse e guardasse dall’alto, dopo avere messo tutto dentro. La nostra gente in riva allo Zambesi si piegherebbe sulle ginocchia, batterebbe tre volte le mani ed esclamerebbe «takhuta», grazie.







