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LA PAROLA

16Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi. 17Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremia: 18“Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più”. (Matteo 2,16-18)


Neanche la morte riesce a porre fine all’amore materno di Rachele. È come se li portasse permanentemente in grembo, i figli e i figli dei figli. È dalla tomba che esce il pianto funebre, quando non c’è più nessuno per piangere, perché il Paese è devastato. Lei che ha generato per la vita resta inconsolabile, perché quei figli, anzitempo e in modo violento, ne sono stati privati: “non sono più”.

Le armate straniere, dall’Assiria nel 722 e poi da Babilonia nel 587 a.C., hanno seminato devastazione e morte senza alcuna pietà. Quello che il libro delle Lamentazioni dice in modo più articolato, Rachele lo esprime con un grido di pianto che, dalla sua tomba a Efrata / Betlemme, si sente fino a Rama, al di là di Gerusalemme. Non c’è consolazione possibile: i suoi figli “non sono più”.

Anche Matteo ha raccolto questo grido, al quale il ritorno dei superstiti nel 538 a.C. era stato solo una provvisoria consolazione. Infatti, i figli di Rachele continuano a morire, stavolta per mano del loro re. Chi ha viscere di madre in quest’umanità feroce deve disporsi al pianto.

Matteo va ancora più lontano e ricorda di un bimbo sopravvissuto a un ordine dato dal Faraone di uccidere tutti i neonati maschi ebrei: Mosè, il quale ormai adulto, minacciato ancora di morte, dovrà fuggire nel deserto, per tornarne con una missione di liberazione per tutto il popolo ebreo.

Gesù viene come antagonista al potere di versare sangue. E la vecchiaia non rende Erode più tollerante: ne uccide tanti per essere sicuro di averne ucciso uno, colui che viene come “re”. C’è ancora da piangere, Rachele! I gridi di Rachele si levano nell’aria, squarciano le nubi, ma non la pervicacia di chi cerca potere a ogni costo.

Rachele piange in Iraq, piange in Afghanistan, piange in Siria, piange nella repubblica democratica del Congo, in Ruanda e in Burundi, piange fra le onde del Mediterraneo e sulle rotte senza fine dei Balcani. Piange nei Paesi dove non giunge più notizia del figlio o della figlia partiti. Piange ogni volta che il calcolo mette disinvoltamente sulla bilancia mucchi di morti.

Il pianto è un grido che toccò l’Altissimo spingendolo a intervenire per il suo popolo (Es 3,7). Ma è una palla che torna indietro, quando colpisce i muri cementati di indifferenza. Rachele non esulta perché sono nuovi martiri o futuri santi, piange per le loro vite spezzate. E restituisce anche a noi la rivolta conto il male e l’urgenza di intervenire.

Dio solo le darà la consolazione vera, in quel suo discendente sopravvissuto all’eccidio, che per dichiarare cominciato il tempo della consolazione darà la sua vita:

“Beati coloro che sono nel pianto, perché saranno consolati” (Mt 5,4).

Grida, Rachele, grida anche oggi, grida per squarciare la tranquillità di chi pensa che la morte sia un effetto collaterale tollerabile. Grida per chi pensa solo a come passare nuove vacanze. Grida per chi alimenta la guerra e poi si presenta come benefattore. Grida per chi ha trovato ideali per cui è disposto a uccidere.

Grida anche per i buoni che vorrebbero circondarsi solo dei loro. Grida per i politici che non si chiedono da dove vengano gli esodi forzati e non mettono in causa le loro politiche. Grida per i giovani che stanno pensando dove possono guadagnare un po’ di più.

Grida per noi tutti. Forse il tuo grido ci ricondurrà alla ragione.



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