Febbre di pace
Cop28: accordo. I 198 delegati alla Cop28, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si è tenuta a Dubai, ad un passo dal flop, hanno approvato il Global Stocktake, il bilancio degli impegni che comprende le azioni per ridurre le emissioni di gas serra. Le parti si impegnano ad abbandonare i combustibili fossili (petrolio, gas e carbone) entro il 2050 anche se si sceglie una parola leggermente più morbida transitioning away (allontanamento) invece del termine phase out (uscita). Si prevede che il mondo raggiunga il picco di emissioni entro il 2025, ma l’accordo lascia spazio di manovra alle singole nazioni (come la Cina) per raggiungerlo più tardi. Il testo riconosce anche il fabbisogno finanziario per l’adattamento dei Paesi in via di sviluppo e che è necessario investire circa 4,3mila miliardi di dollari all’anno in energia pulita fino al 2030, aumentando poi a 5mila miliardi fino al 2050, per raggiungere le emissioni nette zero entro il 2050.
Gaza: veto USA. Avril Benoît, direttore generale di Medici Senza Frontiere (MSF) negli Stati Uniti, a seguito della decisione di Washington di porre il veto su una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che chiedeva un cessate il fuoco umanitario, immediato e permanente, nella Striscia di Gaza, ha detto: “Gli Stati Uniti sono gli unici a votare contro l’umanità. Così lanciano due segnali chiari: il diritto umanitario internazionale può essere applicato in modo selettivo e le vite di alcune persone contano meno di altre”. Anche l’Italia, purtroppo, si è astenuta. In tutto il mondo MSF ha lanciato la mobilitazione “Gaza: Stop Now”. Per aderire: www.medicisenzafrontiere.it/landing/gaza-manifesto/ nella speranza che nel frattempo la diplomazia abbia fatto il suo corso, in particolare dopo la presa di distanza del presidente Biden dal governo Netanyahu.
I 3 golpe nel Sahel. Rahmane Idrissa, ricercatore all’Università di Leiden, ha fatto un raffronto tra i 3 golpe in Sahel (Mali, Burkina Faso, Niger). “Tutti e 3 i Paesi devono affrontare gli stessi problemi, in particolare la guerra dei gruppi terroristi in Sahel. Senza questa guerra non si sarebbero verificati i golpe. Allo stesso tempo i tre colpi di Stato sono differenti per le circostanze nelle quali si sono verificati. In Mali e in Burkina Faso sono avvenuti dopo una lunga serie di contestazioni popolari contro il potere stabilito. In Niger, invece, era un periodo calmo. Inoltre, i golpe in Mali e in Burkina Faso sono opera di giovani ufficiali, mentre in Niger è stato condotto da ufficiali superiori abbastanza maturi. Il golpe in Mali ha creato un modello attraverso il quale i militari promettono di riconsegnare il potere ad un governo civile, ma poi non lo fanno. E non riusciranno a sconfiggere i terroristi, perché la crisi di sicurezza è molto complessa e complicata. Occorre una soluzione politica ed economica”.
Sudan: il ritiro dell’ONU. Ha ormai una dimensione etnica la guerra in Sudan tra l’esercito regolare (SAF) guidato dal generale Abdul Fattah al-Burhan e le Forze di Supporto Rapido (RSF) del Mohamed Hamdan Daglo detto Hemeti. Il fulcro dello scontro rimane Khartoum e la regione occidentale del Darfur. A Khartoum ci sono interi quartieri isolati, con gravi carenze di cibo, acqua ed elettricità. Lo sfollamento dei civili continua e molteplici epidemie aggravano ulteriormente la precaria situazione umanitaria. Negoziati di tregua sono in corso, ma intanto il Consiglio di Sicurezza ONU ha deciso di concludere la missione integrata di sostegno transitorio delle Nazioni Unite in Sudan (UNITAMS).
Myanmar: offensiva ‘ribelle’. La giunta militare al potere in Myanmar si trova ad affrontare attacchi su più fronti nelle zone di confine, mentre un’alleanza di gruppi ribelli di minoranze etniche si è saldata con i combattenti anti-giunta militare per cercare di conquistare il territorio nazionale. È la cosiddetta “Operazione 1027”, lanciata il 27 ottobre, che ha conquistato diverse città. La nuova offensiva rappresenta la più grande sfida militare al governo della giunta, avendo esteso le forze e gli attacchi su più fronti. Quest’alleanza è sostenuta anche dal “Governo di unità nazionale del Myanmar” (NUG), che si trova all'estero, fedele alla leader democratica Aung San Suu Kyi. La popolazione birmana è esasperata anche per la crisi umanitaria in corso. In due anni di guerra civile, gli sfollati interni sono circa 2,5 milioni in tutto il Paese, bisognosi di urgenti aiuti umanitari che non vengono consentiti. Il fenomeno rischia di coinvolgere sempre più anche le nazioni confinanti come India, Thailandia e Cina.
Le iniziative
Per la pace e contro la lebbra
Si è svolta a Gorizia il 31 dicembre 2023 la 56ª Marcia della Pace, promossa dalla Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace con Azione Cattolica, Caritas Italiana, Movimento dei Focolari Italia e Pax Christi. Il tema era preso dal messaggio per la 57ª Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2024 (“Intelligenze artificiali e pace”). Interventi e testimonianze si sono succeduti durante il cammino verso la Cattedrale di Nova Gorica, dove alle 21 è stata celebrata la Santa Messa.
Il 28 gennaio 2024 partecipa anche tu alla Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra, organizzata da Aifo (Associazione italiana amici di Raoul Follereau). Cerca il banchetto nelle parrocchie e nelle piazze aderenti all’iniziativa e vieni a prendere il “Miele della Solidarietà”. Garantirai diagnosi, cura e riabilitazione per le persone colpite dalla lebbra, una delle 20 malattie tropicali dimenticate.
Le voci dalla missione
A Sumatra lo Spirito soffia dove vuole
Dall’intervento all’Agenzia Fides di mons. Vitus Rubianto, vescovo Saveriano di Padang, diocesi che abbraccia la parte occidentale di Sumatra dove vive una popolazione a larga maggioranza islamica. Sumatra è considerata la roccaforte dell’islam tradizionalista.
Nel nostro contesto, vi sono due porzioni di territorio molto diverse tra loro, a livello culturale, economico e sociale; tutti i cattolici hanno avuto l’opportunità di riflettere e di rafforzare il senso di comunità. La diocesi di Padang, situata nella parte centrale di Sumatra, abbraccia una porzione di territorio caratterizzata da una cultura, tradizioni, stile di governo rigidamente islamici; e una seconda parte, pianeggiante, fatta di terreni per la coltivazione estensiva, con piantagioni di ricchi latifondisti. Nell’intera diocesi, 12 milioni di abitanti, i fedeli cattolici sono circa 130mila, ai quali si aggiungono immigrati che lavorano nelle piantagioni. La vita della Chiesa va avanti nei nostri spazi e con il nostro stile sobrio ma fedele. Non c’è un confronto conflittuale con la società e con il territorio permeato dall’islam, ma viviamo innestando con mitezza il Vangelo in questo contesto. Delle 29 parrocchie alcune sorgono sulle isole Mentawai, dove ho vissuto per un anno e mezzo tra le popolazioni indigene, nella foresta pluviale. Volevo essere missionario e ho trovato l’Amazzonia… sotto casa. Tra quella gente così vicina a Dio, ho celebrato la mia prima Messa. E quando ora ci sono tornato da vescovo, si sono ricordati di me, mi hanno accolto e abbracciato.
Tra i fedeli di Sumatra s’avvertiva un profondo bisogno di uscire dalle proprie case, di incontrarsi, di alimentare la solidarietà, di sentirsi comunità. L’esperienza della consultazione sinodale è stata una feconda opportunità per questo. Nel 2024 vogliamo riflettere su come mettere in pratica la conversione missionaria della comunità parrocchiale. La Parola di Dio cammina con le gambe degli uomini e lo Spirito soffia dove vuole. La relazione con i musulmani a Sumatra parte dal rispetto dell’altro, dal condividere le celebrazioni culturali e trova un terreno di incontro soprattutto nell’andare verso i poveri e i più vulnerabili. La carità non guarda alla religione. La carità ci avvicina e genera sempre nuovi percorsi e nuove esperienze di dialogo e di solidarietà reciproca.
Una storia speciale
Dieci anni senza Madiba
Il 5 dicembre 2013 moriva all’età di 95 anni Nelson Mandela, il primo presidente nero del Sudafrica eletto in un’elezione democratica. Icona della lotta al regime di segregazione dell’apartheid, Mandela dedicò la sua vita alla promozione e alla lotta per liberare le persone da schiavitù, povertà, discriminazione razziale e di genere. A dieci anni dalla sua morte, il Sudafrica è, secondo un rapporto della Banca Mondiale, il Paese con le maggiori disuguaglianze al mondo. Una realtà cruda che appanna il mito di Mandela tra i giovani sudafricani. Alla povertà si aggiungono corruzione, scandali, disoccupazione, blackout incessanti… segnali di una crisi che i governi successivi non hanno saputo gestire. La delusione dei giovani può, nonostante tutto, diventare un punto da cui partire, una rabbia che si fa motore. “Quello che dobbiamo fare è trovare il Mandela dentro di noi”, dice Jay Naidoo, amico di Madiba.




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