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LA PAROLA
Poi disse ai discepoli: “Per questo io vi dico: non preoccupatevi per la vita di quello che mangerete, né per il corpo, di quello che indosserete. La vita infatti vale più del cibo e il corpo più del vestito. Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno dispensa né granaio, eppure Dio li nutre. Quanto più degli uccelli valete voi! Chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? Se non potete fare neppure così poco, perché vi preoccupate per il resto? Guardate come crescono i gigli: non faticano e non filano. Eppure io vi dico: neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Se dunque Dio veste così bene l’erba nel campo che oggi c’è e domani si getta nel forno, quanto più farà per voi gente di poca fede. E voi, non state a domandarvi che cosa mangerete e berrete, e non state in ansia: di tutte queste cose vanno in cerca i pagani di questo mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il suo regno e queste cose vi saranno date in aggiunta. Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore” (Lc 12,22-32).

Preso letteralmente è un testo davvero spinoso. Se da una parte è molto citato per esortare alla piena fiducia nella provvidenza divina che non fa mancare ai credenti il necessario per vivere; dall’altra, suscita anche forti critiche da parte di coloro che vedono nei cristiani dei cattivi cittadini in quanto non si interessano del mondo e lasciano a Dio di risolvere tutti i loro problemi.

A Luca piace muoversi per contrasti ricorrendo spesso a schemi binari: un fariseo e un pubblicano; Marta e Maria; un fratello minore e uno maggiore. Anche in questo testo troviamo due stili di vita che si contrappongono: quello di coloro che si affannano ansiosamente per il pane, l’acqua e il vestito - simboli dei bisogni basici dell’esistenza umana - e quello di coloro che sanno che la propria persona vale agli occhi del Padre infinitamente più dei gigli del campo, vestiti in modo splendido, e degli uccelli del cielo, nutriti senza che abbiano mai lavorato.

Il contrasto, tuttavia, non è tra chi lavora e chi non lavora, bensì tra chi fa dei beni essenziali il fine della propria vita, come il ricco stolto, e chi sa di averli ricevuti in dono per farne parte, attraverso l’elemosina, con coloro che sono nel bisogno. Lo scopo non è la pace dei sensi, una specie di nirvana cristianizzato: “meno sei in ansia per le cose materiali e più il tuo corpo e la tua anima stanno bene”; lo scopo è il regno di Dio, tesoro che non marcisce, non invecchia e nessun può rubare, come invece accade ai tesori accumulati a spese degli altri.

Il regno di Dio, tuttavia, va desiderato, cercato con tenacia, mettendoci il cuore, tale è il senso del verbo zētein. E allora, addio pace dei sensi! Invece di moltiplicare la frenesia per le cose terrene, pure necessarie e imprescindibili, occorre intensificare la ricerca del regno di Dio e della “sua giustizia”, aggiunge Matteo, e tutto il resto verrà di conseguenza. I beni della terra quando sono contagiati dal nostro egoistico affanno diventano pareti che dividono l’uomo dall’uomo, un popolo da un popolo. Quando sono liberati dall’ingordigia, possono colmare lo scandaloso fossato che c’è tra i ricchi e i poveri. Ma ciò non avviene magicamente.

Abbandonarci con fiducia nelle mani del Padre che ha cura di noi e sa di cosa abbiamo bisogno vuol dire farci, a nostra volta, provvidenza per chi è affamato e non trova briciole di cui nutrirsi; per chi ha come unico vestito la pelle bruciata dal sole; per chi vale meno di un giglio o di un corvo. Per questo piccolo gregge allora s’avvera il regno dei cieli.



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