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Mi presento brevemente: sono di Santa Margherita di Lissone (MB), quindi brianzolo. Ho trascorso tredici anni di servizio missionario in Brasile sud, dedicandomi soprattutto alla formazione e all’accompagnamento dei giovani brasiliani aspiranti a diventare saveriani, nei nostri seminari.

Ora i superiori mi hanno chiesto di intraprendere una nuova tappa in Mozambico (Africa). È una svolta decisiva, ma sperata da tempo, perché la vocazione missionaria era sbocciata circa vent’anni fa proprio in un’esperienza nel continente africano.

Un tempo carico di attesa

Dopo il mio rientro dal Brasile, all’inizio di agosto scorso, e il corso di formazione a Tavernerio (CO), sono attualmente in famiglia per un periodo di riposo e per ottenere il visto necessario per entrare in Mozambico. È quindi per me un tempo intenso di attesa e carico di entusiasmo e speranza; un tempo necessario per “ripartire”, dopo la lunga fase della missione in terra brasiliana.

Ha sempre lasciato in me un profondo sentimento di allegria e di ammirazione la definizione che il biografo don Angelo Manfredi ha dato del nostro santo fondatore mons. Conforti: “È l’uomo delle ripartenze”.

Di questa attitudine al “ripartire”, lui, alla luce della contemplazione di Cristo crocifisso, ne ha fatto un vero e proprio stile e progetto di vita.

La ri-partenza per l’Africa

Qualche anno fa, ai superiori avevo fatto richiesta per una nuova missione, possibilmente in Africa. E proprio quando meno me l’aspettavo, ecco la nuova partenza, o “ripartenza”. Una nuova chiamata e una nuova sfida, in una nuova missione.

La mia vita è sempre stata un’interminabile ripartenza. Ma ora, dopo tanto correre, sono a un nuovo inizio africano, un nuovo abbandono al sogno che Dio da sempre ha su di me, per servirlo dove lui mi porrà, per essere segno del suo amore per chi ancora non lo ha incontrato nella vita.

Perciò, se qualcuno mi chiede una sintesi del mio essere saveriano, con sano realismo rispondo così: sono un sacerdote e religioso saveriano “brasiliano” (quando sono partito sapevo a malapena celebrare la Messa), con radici italiane “brianzole” (ho imparato a essere missionario nella chiesa e comunità locale), con decise aperture “africane” (dove è iniziato il tutto).

Tre tappe della mia vita

Mi sembra perciò di poter riassumere la mia vita in tre tappe sostanziali.

  • La tappa italiana (europea): quella della “ragione”, delle radici affettive e di fede, della scoperta e della risposta missionaria, dei valori e della formazione personale.
  • La tappa brasiliana (latino americana): quella del “cuore”, dell’incontro con l’uomo, con le sue ricchezze e miserie, con i suoi sogni e progetti, con la sua sete di vita e di giustizia, con la sua gioia e a volte drammaticità, con la sua voglia di festa e di incontrare Dio in tutte le manifestazioni della vita.
  • La tappa mozambicana (africana): quella della ripartenza dal “primo annuncio”, della formazione e dell’accompagnamento delle comunità cominciando da chi più ha bisogno, senza escludere nessuno, della debolezza dei mezzi di evangelizzazione e della povertà.

Un invito: “non essere egoista”

Vorrei concludere, come sempre faccio, con un breve invito: “Io parto, ma tu non restare!”.

O meglio ancora: “Caro amico, cara amica, comincia a ripartire dalla tua terra ben coltivata, spalanca gli orizzonti del tuo cuore e della tua mente, del tuo stile di vita sul mondo, e chiediti se puoi fare qualcosa di buono e di meglio, cominciando dalla rete famigliare, dagli amici, anche quelli che hai nei social network. Considera questa certezza: la missione è questione di fede.

E se un giorno ti renderai conto che bisogna fare dei passi più coraggiosi, dettati dall’incontro con Colui che ti cerca, non essere egoista, ma abbi il coraggio di ripartire sempre. E se questo itinerario di vita e di fede ti spingerà a solcare mari e a volare sopra le nuvole, sappi che anch’io ti aspetterò in Mozambico a cuore aperto”.



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