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Il mese scorso scrivevo dell'incredibile numero di porte e finestre della Casa Madre. Ne simboleggiano la vocazione all'accoglienza. Mi accorgo che l'apertura accogliente di questa casa non riguarda solo l’edificio. C'è un aspetto molto più profondo e riguarda la natura più vera dei suoi inquilini presbiteri.

Riprendo questo filo, che mi porta direttamente al capitolo 28 del libro dell'Esodo, dedicato a una minuziosa descrizione degli abiti che dovevano indossare i sacerdoti nell'esercizio della loro funzione. Sulle spalle andava collocato un indumento, l'efod (una specie di stola), che aveva un preciso significato: il sacerdote porterà sulle spalle i nomi degli Israeliti davanti al Signore come un memoriale. Aronne, quando officia nella dimora davanti a Jhweh, rappresenta, anzi, porta con sé gli Israeliti.

La stola saveriana. In occasione della canonizzazione di san Guido Conforti, i saveriani hanno pensato di fare una stola bianca sulla quale sono tessuti due medaglioni, cari alla tradizione e spiritualità saveriana: un volto di Cristo e un mondo su cui campeggia una croce che lo abbraccia tutto. Simboli indovinati. È una stola griffata, con il codice genetico saveriano confortiano: Cristo crocifisso e mondo da portare a Cristo. Con essa ci mettiamo sulle spalle tutto ciò che siamo chiamati a svolgere per vocazione: davanti al Signore rappresentiamo i confratelli, la nostra spiritualità e stile di missione. A Lui portiamo le persone che incontriamo qui, coloro ai quali abbiamo portato il vangelo. Accoglienza sublimata.

Il camice giapponese. Terminato lo studio della lingua, la mia prima destinazione è stata la chiesa di Nobeoka, nell'isola del Kyushu, aiutante di p. Piatti. Era il 1985. La moglie del capo della comunità cristiana era una brava sarta. Le ho chiesto di cucirmi un camice, materiale e fattura giapponese. Da allora me lo porto sempre dietro e quando celebro lo indosso. Sento di portare con me le persone che il Signore mi aveva affidato, quelle che mi hanno amato e che ho amato. L'accoglienza cui è chiamato il sacerdote non è temporanea e superficiale: accompagna, intercede, redime, nel senso più profondo possibile.

Tutto questo lo si può fare anche senza questi segni ma, è pur vero, che i giapponesi hanno (avevano?) una giornata annuale in cui "bene dicono" e ringraziano le cose che quotidianamente hanno reso loro un servizio (vestito, scarpe, piatti, scodelle, bambolotti...) dalle quali, per usura, ci si deve separare. Più i segni sono vissuti consapevolmente, meglio è. In caso contrario, camminiamo tra la gente con una trascuratezza svagata e irriconoscente. Ovvero, non ci prendiamo a cuore. Quando arriveremo davanti a Pietro, potremo dirgli: lascia passare, attaccate alla nostra stola e camice ci sono tante persone. Alcune sono già qui. Altre arriveranno.



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