dr. Gildo, Bangladesh - p. Dovigo, Congo - p. Senno, Sierra Leone
DOTTOR GILDO DAL BANGLADESH: nuovo impegno di lavoro al nord
- I lettori conoscono già Gildo, il saveriano marchigiano. Nell'articolo di dicembre, ci è scappata una lettera in più: "p." come "padre". Gildo, medico di professione, non è sacerdote…
Caro p. Marcello, ti perdono per la svista "p. Gildo", sul mio articolo a pagina 4 di "Missionari Saveriani" di dicembre. Ho trascorso il Natale nel villaggio di Chuknagar, dove ho lavorato come medico, visitando e curando tante persone dei villaggi della zona. Anche in questo giorno di festa per noi cristiani, sono venuti alcuni pazienti e ho dovuto visitarli. Non un è stato quindi un Natale in pace, ma certamente un Natale di pace. È stato l'ultimo giorno nel villaggio. Da gennaio, infatti, lavoro nell'ospedale San Vincenzo di Dinajpur, a nord del Bangladesh.
Questo nuovo impegno lo sento come una nuova chiamata. È come camminare lungo una strada sconosciuta, dopo aver lasciato un ambiente conosciuto e coloro ai quali ho donato qualcosa di più della mia professione. Sento necessario un atto di fede in Colui che mi ha voluto condurre ora al Nord del Bangladesh.
Il futuro? Non mi appartiene. Ho capito che devo vivere il presente come eternità. Grazie a tutti gli amici.
Gildo Coperchio, sx.
PADRE DOVIGO DA GOMA: il missionario e l'uomo armato
- In una sua lettera, padre Dovigo racconta questo dialogo con la guardia di un "grancapo" del luogo.
Dovigo: "Che fai lì sulla strada con il fucile?"
Guardia: "Custodisco il mio grancapo che è entrato in negozio".
Dovigo: "Il tuo grancapo ha davvero bisogno del fucile? Anch'io sono grande; mi chiamano granpadre, ma cammino senza fucile".
Guardia: "Ma tu sei "padre", fai del bene. Dio è con te; nessuno ti tocca".
Dovigo: "E il tuo grancapo non è buono? non fa del bene?"
Guardia: . . . (silenzio)
Dovigo: "Dì al tuo grancapo di essere più buono e più giusto, così non avrà bisogno del fucile!"
p. Giuseppe Dovigo, sx.
PADRE TONY DALLA SIERRA LEONE: fede e bontà dei poveri
Desidero raccontare alcuni piccoli episodi che ci danno gioia e speranza. Tanti genitori mi chiamano per benedire il loro bambino appena nato. Sta diventando una tradizione cristiana. Qui i genitori non chiedono subito di battezzare il bambino, ma che venga accolto pubblicamente nella comunità del villaggio. Mi chiedono di dargli un nome cristiano, di benedirlo e di ungerlo con l’olio dei catecumeni, di chiamarlo fuori (dalle tenebre) alla luce del sole (in cortile), dove i presenti lo aspettano per accoglierlo nella sua nuova comunità: la chiesa. È un gesto semplice, ma ricco di significato evangelico.
Quando una famiglia riesce a ricostruire la casa distrutta dalla guerra, mi chiamano a benedirla e a mettere un segno cristiano: una croce e un’immagine sulla porta d’entrata. È un gesto di fede. Fino a pochi anni fa, la gente metteva veleni e oggetti misteriosi di maledizione alla porta d’entrata. I cristiani, invece, si affidano a Dio e ai santi.
Un episodio mi commuove ogni volta che celebro messa a Kabala. All’offertorio, i fedeli portano i loro doni: una patata dolce, un cocomero, due arance, una zucca… Tra i poveri che portano la loro offerta all’altare ci sono ciechi, lebbrosi e gente che il giorno dopo viene a chiedere la carità, perché non ha nulla da mangiare. Come si fa a non commuoversi?
Un grazie a tutti voi, anche a nome di padre Carlo Di Sopra e padre Girolamo Pistoni, per la generosità vostra, che ci permette di aiutare tutti, in nome di Cristo.
p. Tony Senno, sx








