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Padre Francesco Zampese, per 7 anni facente parte della comunità saveriana di Brescia, ha raggiunto la Casa Madre di Parma per ricevere cure sempre più adeguate e continue. 

In un’intervista per il nostro giornale, poco dopo il suo arrivo a San Cristo, diceva: “Nel 1973 sono sbarcato in Congo RD a Bukavu, dove sono rimasto per 25 anni, 16 dei quali nel Kivu. Ero con p. Silvio Turazzi. Ho cercato di affrontare le sfide sociali e i problemi della gente, a partire dalla periferia di Goma. Sono passato a Kamituga, dove c’era una multinazionale franco-belga che estraeva l’oro. Lì ho visto come l’economia mondiale agisce e sfrutta. Sono stato accanto ai minatori, pagati al giorno meno del costo di un uovo. L’ Africa è sempre stata il Supermercato dell’Occidente. L’unica dogana sembra essere la persona, ma il capitale non ha dogana. In Congo ho fondato gruppi di opinione, nelle piazze c’erano delle bacheche e ognuno apponeva articoli di denuncia delle cose che non andavano. Sono stato minacciato varie volte, anche processato. La pagina più triste però, è stata assistere al genocidio ruandese (1994-96) con il massacro di Hutu e Tutsi. A Goma, nella nostra parrocchia, avevamo un milione e mezzo di profughi ruandesi. Nel 1998, a causa del mio impegno in favore dei diritti umani, sono stato costretto a lasciare il Paese. È stata un’esperienza missionaria pericolosa, ma appassionante”. 

In una testimonianza successiva, riguardo la sua permanenza a Brescia, diceva: “In questo periodo il valore che mi ha accompagnato è stato la cultura dell’incontro. Ho vissuto con i confratelli, ho ascoltato la loro storia, le esperienze e il loro impegno per la missione. Su questa lunghezza d’onda, s’inserisce l’arte di comunicare. L’incontro diventa vita solo quando si comunica e si mette in comune qualcosa con qualcuno, ma ciò avviene quando l’altro percepisce di essere ascoltato. Ogni relazione interpersonale si realizza attraverso uno scambio di parole, gesti e segni. Tale scambio fa scoprire la positività che ogni persona possiede”. 

Il 9 febbraio, insieme al rettore p. Mario Gallia, l’abbiamo accompagnato a Parma dove lo aspettavano una bella stanza, il nostro confratello dottor Gildo e le infermiere. Dopo qualche giorno, ci ha detto che si trova bene e si è un po’ abituato all’ambiente sereno, anche perché tra i presenti c’è pure suo fratello Giovanni, per molti anni missionario in Africa e Scozia. 

P. Gesuino Piredda ha scritto per il confratello e amico in partenza questa poesia. 

È silenzio…
un’aria si respira, ormai, 
d’altro tempo e d’altra vita,
la mente ingombra di ricordi
ormai svaniti
al volteggiar delle nuvole
sospinte dal vento.
Spingo lo sguardo lungo i corridoi
che paion abbandonati
al silenzio compresso del cuore.
Dove sei caro amico?
Ti cerco tra i divani vuoti,
nel tramestio del girello allo studio.
Dal mio cantuccio 
ora solo sento il suon dell’ore
dalla torre del tempio
che blando sale su per l’erta
del chiostro antico.
Il tuo sguardo mesto
trovi, lo spero, nuovo sorriso
e, seppur stanco, nuove primavere,
sicché ancor potrai far cantar la vita,
e contemplare le trame
delle rondini in volo.



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