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Sono arrivato in Ciad il 16 settembre 1985 con p. Gianni Abeni, espulso dal Burundi, e p. Piero Pierobon, compagno di ordinazione. Dovevamo prendere una missione che gli oblati di Maria Immacolata lasciavano per mancanza di personale. In realtà, le missioni erano due: quella di Bongor, abitata dai masa e affidata a me, e quella di Juman, a 60 chilometri, abitata dai marba e altre minoranze.

A scuola del ''maestro''

Sono stato fortunato: mi hanno mandato a Kumi con p. Jean Goulard, oblato francese, per introdurmi alla lingua, cultura e pastorale tra la popolazione masa. Un uomo di grande intelligenza, che mi ha trasmesso non solo le sue conoscenze, ma la sua passione per la gente e per il vangelo.

Fu lui, infatti, a inventare la “trasmissione orale della Parola” per adeguare l’annuncio del vangelo alla cultura del luogo, prevalentemente orale, come tutte le culture tradizionali africane. Sei mesi con lui sono stati determinanti per il futuro della mia missione: mi hanno marcato per sempre, tanto da essere considerato suo discepolo e continuatore.

''Se non imparo, non resto!''

Ricordo che sull’aereo che da Parigi ci portava a N’Djamena, capitale del Ciad, pensavo tra me: se non imparo la lingua, non resto. Ero convinto, ancor prima di arrivare, che se si vuole ben lavorare bisogna farsi uno con la gente, cercare di entrare il più possibile nella cultura, conoscere la storia e le aspirazioni del popolo, comprenderne i problemi… E ho fatto di tutto per raggiungere questo scopo.

Da esperto biologo, com’ero prima di diventare saveriano, mi sono trasformato in linguista! Padre Goulard aveva scritto poche pagine di grammatica e cominciato a redigere delle schede di dizionario. Ha dato a me tutto il suo materiale e mi ha spinto a continuare. Così, dopo aver copiato le sue 1.500 schede, una a una e a mano (non c’era ancora il computer), negli anni successivi ne ho aggiunte altre 3.000 circa. C’era il materiale per fare un vocabolario come si deve.

Ho curato i rapporti umani

Quegli anni sono stati per me molto belli. Ho passato tanto tempo a girare per la savana, ho dormito nei villaggi, ho dato tempo ai rapporti umani. All’inizio non è stato facile: non avevo esperienza, ma le condizioni mi avevano messo a dirigere, praticamente da solo, le due missioni di Bongor e Jarway, ciascuna con una dozzina di villaggi.

Gli altri due confratelli erano a 60 chilometri, ma la domenica sera venivano a trovarmi e stavamo insieme fino a martedì mattina. Nella stagione delle piogge, da maggio a fine settembre, ci vedevamo più raramente, perché la strada si interrompeva e venivano con una barchetta a motore.

Con le università italiane

Collaborando con le università di Sassari, Pisa, Viterbo, Napoli e L’Aquila, e grazie ai fondi per le ricerche in comune, è stato possibile dare alle stampe il vocabolario masa-francese e una raccolta di testi orali masa. Intanto, per non annoiarmi, con un’equipe abbiamo tradotto i quattro vangeli in lingua Masa e ho eseguito la traduzione dei nuovi catechismi.

Nel 2003, sono stato inviato in Camerun, in una missione abitata dalla popolazione gizey, Ho dovuto rimettermi a studiare. I colleghi universitari italiani mi hanno seguito anche là, e così è nato il vocabolario Gizey-francese. Ho curato anche la traduzione del messale, del lezionario domenicale e dei vangeli in lingua gizey.

Il centro culturale del futuro

Dal 2011 lavoro a tempo pieno alla realizzazione di un “museo e centro culturale” a Yagoua, un progetto in favore delle culture e della gioventù della nostra zona. In un mondo in profondo cambiamento, in cui

le nuove generazioni sono disorientate, tra il passato tradizionale non più accettato e un futuro non chiaro, credo sia importante lavorare con loro perché il futuro sia migliore e della modernità non prendano solo le cose più negative.

Il centro culturale comincia a essere frequentato dagli studenti: è l’unico posto a Yagoua dove trovano i libri di testo, che loro non possono permettersi di comprare, e dove l’internet rende accessibile il mondo esterno. Il lavoro non manca. Speriamo che la Provvidenza, che finora ha ben svolto il suo lavoro di “provvedere”, continui a farlo per farci andare avanti.



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