Da Taiwan agli USA: Davanti a lui, dov'egli vuole
Alcuni giorni fa, mentre preparavo un incontro per un gruppo di giovani della parrocchia di Feletto, ripensavo agli anni di vita missionaria in terra d'oriente, ai saveriani che con me hanno condiviso le gioie e le fatiche di questa nostra missione, alle persone che con me hanno collaborato all'audace progetto e al futuro che mi aspetta. Mi è venuta in mente una frase evangelica molto conosciuta da noi missionari:
“il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due innanzi a sé, in ogni città e luogo che egli stava per visitare” (Lc 10.1).
Dubbi, emozioni, speranze
Non è facile descrivere in poche righe dodici anni di vita e di servizio missionario nel grande mondo cinese. Non è facile descrivere cosa provo dentro, adesso che devo lasciare la Cina per andare negli Stati Uniti.
Al mio rientro in Friuli, molti mi hanno chiesto il motivo di questo grande cambiamento e hanno espresso un dubbio che anch'io avevo nel cuore. Dopo tanto dispendio di energie per imparare la lingua e la cultura, dopo tanta fatica per entrare in quel mondo impenetrabile, vale la pena lasciare tutto? Che senso ha?
La frase dell'evangelista Luca mi aiuta a sciogliere la matassa di domande, dubbi, sentimenti ed emozioni, che mi inumidiscono gli occhi ogni volta che qualcuno mi chiede se ho nostalgia di Taiwan. Vorrei che le parole di Luca facciano da cornice, diano forma e colore alle parole che desidero condividere con voi, mentre mi appresto a dare il mio fiducioso “ arrivederci ” a Taiwan e a esprimere un generoso “ eccomi ” agli Stati Uniti, mia nuova destinazione .
La difficile via della fede
Mi accorgo che l'unico modo per affrontare il nuovo futuro - quel “sì” che il Signore mi chiede - è la via della fede. Nonostante le lacrime e la tristezza per il distacco dai confratelli e da tante persone amiche, con gli occhi della fede, vedo nella richiesta dei miei superiori un nuovo invito che il Signore mi rivolge: come la prima volta, mi chiede la disponibilità ad andare innanzi a lui, in nome suo, in un altro luogo che lui desidera visitare.
Non mi è facile dire questo “ arrivederci ”. Senza false presunzioni, mi sono sentito un po' come Gesù nell'orto degli ulivi, che pregava: “ Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! ”. Umanamente parlando, volevo proprio che questo calice - questo invito ad andare negli Stati Uniti - si allontanasse da me il più possibile. “Cercate un'altro! Perché proprio io? Perché adesso?...”. Non volevo lasciare, dopo tanti sacrifici, anche perché vedevo che il nostro lavoro nell'isola di Taiwan e nel continente cinese, era ricercato e apprezzato da altri. Non volevo lasciare, anche perché notavo che, pur tra mille difficoltà, divenivano sempre più vere le parole del salmo 126: “ quelli che seminano nel pianto , mieteranno nella gioia” .
Missione senza confini
Nella preghiera però mi sono ritrovato a sentire sempre più vere anche le parole della seconda parte della preghiera di Gesù nell'orto: “ N on sia fatta la mia , ma la tua volontà” .
Mi sono accorto che quel “sì” mi ha dato anche tanta pace nel cuore. Mi ha fatto di nuovo scoprire che la missione appartiene al Signore; che la missione è di Dio; che la missione è chiamata e invio . È il Signore il primo agente della missione. È lui e solo lui il soggetto e l' oggetto della missione. Io, con il mio debole “sì”, spero di essere uno strumento docile nelle sue mani. E poi, mi sono accorto che la missione non conosce confini, perché il Signore vuole essere di casa ovunque. La Buona Novella deve toccare tutti gli estremi confini della terra, tutti i cuori, fino a quando Dio sarà tutto in tutti.
Mi è stato chiesto di andare negli Stati Uniti. E io chiedo al Signore di avere la stessa generosità, lo stesso ottimismo, la stessa fede e la stessa apertura di cuore, che mi hanno aiutato in questi anni a “vedere, cercare e amare Dio in tutto ed in tutti”. Ho cercato di farlo in Cina; ora cercherò di farlo negli Usa. Il contesto è diverso; ma identico è l'audace progetto del beato Conforti: “fare del mondo una sola famiglia”.








