Comunicare ciò che si vive
Mi hanno proposto di partecipare a un corso, organizzato dai saveriani a Tavernerio (CO) ai primi di settembre, sul tema “Comunicare nella rete: dal marketing religioso ai contenuti online”. Lì per lì ero un po’ scettico. Pensare al marketing religioso mi rimanda ai mercanti nel tempio. Con questi dubbi, ho iniziato il corso. È diverso vendere un prodotto qualunque dal proporre un incontro con l’Altro? Direi proprio di sì, ma la necessità di comunicare è la stessa. Incontrare persone, i giovani soprattutto, nelle piazze virtuali è oggi indispensabile. Ma come fare?
Innanzitutto, conoscendo chi siamo e cosa vogliamo comunicare. Poi, avendo presente il target cui ci rivolgiamo, dobbiamo usare un linguaggio che attira l’attenzione, raccontare storie che catturino l’interesse di chi legge e lo coinvolgano, perché in fondo parlano alle sue esigenze più profonde. Mai si deve perdere di vista che siamo missionari. Quindi, ciò che presentiamo su siti e account social deve rimandare a qualcosa, anzi a Qualcuno di più grande.
La sfida è proprio questa: imparare dal mondo del marketing le tecniche di comunicazione che ci permettono di veicolare i messaggi alle persone che incontriamo. Lo faceva Gesù raccontando parabole sulle strade della Galilea. Oggi, un sito, Facebook o Instagram, sono per noi la Galilea delle genti dove, con un messaggio o un’immagine, possiamo raggiungere chi non potremmo mai raggiungere in altri modi. Sono strumenti importanti per fare missione, se utilizzati bene. Occorre imparare ad usare gli strumenti tecnologici, a comunicare in modo accattivante, a catturare like e cuoricini. Però, in fondo, noi non abbiamo un prodotto da vendere, ma un messaggio da annunciare, che diventa attrattivo se siamo testimoni credibili. Quindi, anche nell’era multimediale e dei social, si comunica solo ciò che si vive e in cui si crede realmente.







