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Pian piano s’allontana nella nebbia il mostro - non un uomo, ma una forza di male che aveva preso possesso d’un uomo - che ha devastato i corpi fragili di Lucia, Olga e Bernardetta (nella foto sopra). Non c’è mai una ragione per uccidere una persona, anche se può capitare di farlo per salvarne altre. Se poi si pensa alla fragilità anziana di Olga, Lucia e Bernardetta, l’assurdità appare ancora più evidente.

Non parlavano contro i grandi, non twittavano cose irritanti; a malapena usavano l’e-mail per qualche saluto e breve notizia. Non gestivano opere tali da suscitare conflitti; e la casa che abitavano non era loro.

Il dono fino all’ultimo

Delle ultime forze rimaste dopo anni di servizio in Congo, cercavano di fare ancora dono. Una missione fatta di accoglienza, di attenzione al vicinato, di semplici servizi parrocchiali, di soccorso a qualche povero che bussava. Come l’ultimo bicchiere d’acqua teso da Bernardetta all’ospite di quel pomeriggio del 7 settembre, prima che accadesse l’ecatombe. Non c’è modo di ridurre l’assurdo, di ravvicinare le due cose: l’esistenza semplice delle tre sorelle e la ferocia della loro eliminazione.

Questo stupore attonito raggiunge lo stupore su milioni di volti di gente dei paesi dei Grandi Laghi in questo ventennio. Non erano militari, non s’occupavano di politica; sono morti senza sapere perché e i sopravvissuti si aggirano come inebetiti fra case bruciate e corpi devastati.

Forse è male trovarsi su un terreno che cela oro, appartenere a una tribù piuttosto che a un’altra, essere su una terra contesa, o così poveri da non avere danaro da dare all’aggressore.

E difficilmente qualcuno s’occuperà davvero di risalire agli autori, di risarcire, di asciugare se possibile qualche lacrima.

Un abbraccio straordinario

Olga, Lucia e Bernardetta e le loro sorelle rimaste hanno ricevuto l’abbraccio straordinario di popoli che ben conoscono il sapore di tragedie come queste. Funerali in Burundi - a Bujumbura, dove sono state uccise; in Congo - a Luvungi, dove avevano lavorato; a Bukavu, dove sono state sepolte; in Italia - a Parma, sede madre della famiglia missionaria, nei loro paesi, dove sono nate e cresciute...

Una coralità segno di un’umanità che ancora si stupisce, si indigna, condivide, sostiene.

Che dire, ora che la luce dei riflettori va riducendosi? Forse, che la vita è un mistero dove ciò che accade nel profondo non sempre corrisponde a​ ciò che accade in superficie. Uccidendole l’assassino ha messo fine alla loro missione. In realtà, ha concluso una frase che Olga, Lucia e Bernardetta avevano cercato di scrivere, anche con i loro limiti, tutta una vita:

“La mia vita è donata, a Dio e ai fratelli. Nessuno ti può rubare ciò che tu hai già dato!”.

Uccidendole, l’assassino ha spento le loro voci. Eppure, mai come in questi giorni le tre sorelle parlano: a quanti le hanno conosciute e a tanti che non avrebbero mai raggiunto da vive. E allora, missione fallita per l’assassino, anche se è riuscito a far versare tante lacrime.

Non si chiuda il cuore!

Nel messaggio per la giornata missionaria mondiale di quest’anno, il papa torna sul tema della gioia di chi incontra Gesù e ne condivide la notizia. Tiene ancora questo messaggio di fronte alle tre tombe di Olga, Lucia e Bernardetta? Sì, sì, sì, sembrano dire le tre sorelle. “Rallegratevi, perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”, dice Gesù ai 72 discepoli tornati esaltati dalla missione.

Di fronte ai rischi di un mondo violento - e lo è ovunque - possiamo scegliere la paura, la diffidenza e l’inevitabile tristezza.

O possiamo osare starci dentro, amarlo, restando vulnerabili, perché, quando hai trovato il vero tesoro, nulla ti può veramente nuocere, se non il tuo cuore chiuso.


Questo “editoriale” è pubblicato congiuntamente sulle tre riviste dei Saveriani in Italia: “Missionari Saveriani”, “Missione Oggi”, “CEM Mondialità” (ottobre 2014)



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