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Non so quanti presbiteri impegnati nelle confessioni, di questi tempi, abbiano provato una robusta sensazione che la pandemia in cui stiamo vivendo da ormai due anni abbia segnato le persone in profondità. Sono stato molto colpito dalla constatazione delle ferite da pandemia che le persone manifestavano. Chi ha affermato che la pandemia stava facendo molti più danni sulle coscienze e sulle anime che non sui corpi o sull'economia, aveva perfettamente ragione. La pandemia ci ha rinchiusi in un lungo esilio. Ho pensato ad un Salmo che amo moltissimo. È immenso!

"Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo…”. Nel giro di pochi giorni, tutto intorno a noi è cambiato: non c'erano i consueti schiamazzi e rumori delle strade desolatamente vuote; un nemico sconosciuto aveva invaso le nostre vite. Siamo rimasti chiusi nelle nostre case; lo spazio fuori più non ci apparteneva; invisibili creature erano appostate dovunque; nemmeno le lacrime più si riusciva, pudicamente, a nascondere.

Ai salici di quelle terre appendemmo le nostre cetre”. Chi non si è sentito cadere le braccia, quasi salici anch'essi piangenti, incapaci di reggere cetre divenute pesanti, quando il dolore e la morte si potevano tagliare a fette, tanto erano compatti ed inarrestabili nella loro volontà di conquista.

“Cantateci i canti di Sion”. Canti forzati risuonavano dai tetti e dalle terrazze, in un'atmosfera divenuta essa stessa mortifera; volevano essere reazione all’irridente perfidia del nemico che incalzava, ma uscivano un po’ strozzati, arrochiti dal frastuono di pentole e coperchi battuti.

“Come cantare i canti del Signore in terra straniera?”. “Tu proverai come sa di sale lo pane altrui e come è duro calle scendere e 'l salir e scendere l'altrui scale” (Dante, Paradiso XVII, 58-60). Oh, i nostri canti della gioia di un tempo! “In un mondo che non ci vuole più, il mio canto libero sei tu. E l'immensità si apre intorno a noi. Al di là del limite degli occhi tuoi" (Mogol-Battisti, Il mio canto libero, 1972).

Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra; mi si attacchi la lingua al palato”. Un giorno di novembre 2020, il signor Stefano Bozzini prese fisarmonica e cappello da alpino e si recò a cantare una serenata nel cortile dell'Ospedale di Castel S. Giovanni (Piacenza), ove il nemico teneva prigioniera la Musa della sua vita. Attaccò "Lassù sulle montagne…". A Cielo aperto.

“Sui fiumi di Babilonia,
là sedevamo piangendo
al ricordo di Sion.
Ai salici di quella terra
appendemmo le nostre cetre.
Là ci chiedevano parole di canto
coloro che ci avevano deportato,
canzoni di gioia, i nostri oppressori:
«Cantateci i canti di Sion!».

Come cantare i canti del Signore
in terra straniera?
Se ti dimentico, Gerusalemme,
si paralizzi la mia destra;
mi si attacchi la lingua al palato”. (Salmo 137)



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