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Un suono secco, quasi impercettibile: strapp! Il tessuto bianco, contornato dalle righe blu, si impiglia al primo arbusto spinoso lungo il sentiero e si strappa. Suor Lavinia si ferma un istante, abbassa lo sguardo sul bordo del suo sari e prosegue spedita come se nulla fosse. Ma dopo qualche passo: strapp! Di nuovo, altro taglio all’abito. Ci rassicura: “Questo era quello da rammendare, ne ho un altro, quello buono per le feste!”
Riprendiamo il cammino. Il sentiero è scosceso, affonda tra la vegetazione e i rovi, discende e si arrampica tra sassi rocciosi, attraversa un ruscello, si apre su vasti prati.

Questa volta è il mio cuore a impigliarsi nel dubbio. “Che senso ha fare tutta questa fatica per una benedizione a una persona che non sappiamo nemmeno se ci sarà?”. Mentre il pensiero si aggroviglia man mano che si sale, ecco la risposta. Proviene dall’alto ed arriva ai nostri orecchi sospinta da un vento leggero. Simon ci stava aspettando! Attendeva, chissà da quanto, qualcuno che venisse a fargli visita, che rompesse la sua solitudine. Simon è un uomo dalla faccia simpatica, capelli brizzolati, occhi azzurri, sguardo limpido. La sua accoglienza è fatta di bevande fresche, caramelle, canti accompagnati dalla qifteli - lo strumento a corde pizzicate tipico dell’Albania, la stola e il libro delle benedizioni in albanese.

È proprio quell’attesa, fattasi desiderio, e la gioia della possibilità di un incontro che dà senso al nostro essere lì, che dà senso al nostro cammino. “Mantenete un cuore che si lasci lavorare”, era stata l’esortazione che ci aveva fatto don Zefi per la nostra permanenza a Puke. E forse era proprio questo che stava accadendo. Il nostro cuore, impigliato nel dubbio e perso dentro schemi mentali, doveva lasciarsi plasmare e rinnovare dalla realtà attorno a sé per sciogliersi dalla sua rigidezza e freddezza. La missione non si misura in efficienza, ma si compie nella gioia e nella gratuità dell’incontro. Ogni passo, ogni casa, ogni volto ci ricordava che il Vangelo non è una strategia, ma Presenza che si dona. La logica dell’Amore, quando è vero, non fa conti: si lascia ferire, si lascia lavorare.

Questa esperienza, ci ha permesso di constatare, in prima persona, che l’Albania è davvero una terra benedetta dal sangue dei martiri, santi che hanno dato speranza ad un popolo oppresso che da quelle ossa ha saputo trarre la forza necessaria per rialzarsi e ripartire. Quello stesso vigore è entrato in ognuno di noi, 24 giovani missionari provenienti da Como e Salerno accompagnati da tre animatori saveriani, uniti dal desiderio di mettersi in ascolto di questa terra e a servizio del popolo albanese. Per qualcuno era la prima esperienza in assoluto in Albania, per altri un ritorno carico di attese e aspettative.

La grande novità di quest'anno è che la missione si divide per moltiplicarsi e poi riunirsi: c'è chi resta a Guri i Zi per prestare servizio nella parrocchia o a Scutari, c'è chi si spinge più su fino alle montagne di Puke.
Noi siamo il gruppo intrepido di nove giovani comaschi, accompagnati da p. Carlo e da Genta, ragazza albanese che ci aiuta con le traduzioni. L’attività missionaria è intensa e ci impegna a tempo pieno. Suddivisi in sottogruppi, al mattino alcuni accompagnano don Zefi, p. Carlo e le suore di Madre Teresa nelle benedizioni delle famiglie; altri si occupano dell’animazione nel villaggio di Qelez con giochi, semplici attività didattiche e piccoli momenti di catechesi. Nel pomeriggio siamo coinvolti nell’organizzazione dei giochi per il Grest all’oratorio di Puke e per l’animazione nel villaggio di Bushat.

È incredibile sentirsi dire che nei villaggi alcuni bambini camminino un’ora all’andata e un’altra al ritorno per poche ore di attività. Una è la certezza che abbiamo: qui l’oratorio estivo non è il parcheggio dei figli di genitori impegnati, ma un tempo prezioso che i bambini desiderano, cercano vivamente per stare insieme e divertirsi. È incredibile venire a sapere che gli abitanti di Bushat e di Qelez la domenica percorrono circa un’ora a piedi per partecipare alla Messa nella chiesina tra i due villaggi. La parrocchia di Puke ha un territorio vastissimo, fatto di 24 villaggi lontani fra loro chilometri e chilometri. E le famiglie vedono il prete una volta l’anno, se va bene. 

L’incontro con le famiglie nei villaggi sono esperienze che ci hanno toccato il cuore, che si riflettono nella vita personale di tutti i giorni. Ma non solo, sono anche l’occasione per una sorta di censimento pastorale: servono a capire chi è rimasto, chi ha già ricevuto i sacramenti, chi ancora li deve ricevere. Intercettano un fenomeno che attraversa silenziosamente queste terre: il costante e progressivo spopolamento delle aree montane e rurali. In un territorio così vasto e frammentato, dove tempo e distanza cancellano i legami, ogni benedizione diventa un ponte, una carezza, una chiamata. La Chiesa sceglie di restare, di farsi prossima, di non abbandonare.

Don Zefi e le Suore Missionarie della Carità sono il volto concreto di questa prossimità. Guardando a loro, nostro esempio più prossimo, giorno dopo giorno ci siamo sentiti sempre più parte di quella Chiesa che cammina verso le periferie, che va incontro ai lontani e agli sperduti, come il Buon Pastore che lascia le novantanove pecore sui monti, per andare a cercare quella smarrita. Eppure, abbiamo scoperto che, proprio coloro che pensavamo potessero essere “smarriti” sono forse ancorati ad una fede ben più profonda e radicata della nostra: una fede fatta di sguardi limpidi e sinceri, gesti spontanei e semplici, parole e saluti colmi di benedizioni.

Tra montagne chiamate “maledette”, per la difficoltà del clima e del territorio, dove vince su tutti la solitudine, queste famiglie si lasciano guidare da qualcosa, o meglio da Qualcuno, che magari non si vede, ma la cui presenza è certa e viva nei loro cuori. Sono consapevoli che la Guida c'è! Il Signore Gesù è vivo, dimora in mezzo a loro, provato come loro dalla vita, ma risorto e glorioso!

Questo campo missionario per definirlo in poche parole è stato condivisione, amicizia e fraternità. La vita comunitaria, vissuta nella quotidianità, ci ha resi un gruppo: ci ha uniti! “Non si parte in missione da soli, ma in fraternità” è il rimando di suor Sonia, durante la condivisione finale a gruppi riuniti dalle Sorelle Povere di Santa Chiara di Scutari. 
A inizio campo, dopo la loro testimonianza sui santi martiri albanesi, ci eravamo divisi tra Guri i Zi e Puke. Per tutto il tempo le Sorelle sono state con noi spiritualmente accompagnandoci costantemente nella preghiera. Al termine del campo è stato naturale ricongiungerci proprio da loro e con loro, per raccontarci, ascoltarci e condividere le esperienze vissute, i doni e i frutti già germogliati o che si iniziano a intravedere.

Rientrando in Italia e alle nostre vite facciamo nostro l’invito di suor Patrizia al termine della nostra condivisione. “Adesso è tempo di iniziare. Il Signore vi ha liberato lo sguardo, e questa era la Sua missione su di voi. Non lasciate che si ingrigisca dalla quotidianità!”.



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