Carisma è missione: Il vento contrario
Ho riletto e meditato il testo del vangelo (Marco 6,45-52) quando, dopo la prima moltiplicazione dei pani, il Signore ordina ai discepoli di salire sulla barca. La nuova traduzione dice che Gesù li "costringe". Non è facile lasciare la terra ferma, dove il piede poggia sicuro, per addentrarsi in mare aperto; anche i più coraggiosi fanno del piccolo cabotaggio. Eppure la missione - andare verso l'altra riva - è urgente, per "non cadere nella trappola di chiudersi in se stessi". Era la preoccupazione del beato Conforti: dimenticare la missione significa correre il serio pericolo di perdere la fede!
Ho notato che la difficoltà dei discepoli durante la traversata per arrivare all'altra riva - "dove Cristo non è conosciuto e la chiesa non è presente" -, non è la tempesta, ma il vento contrario. Non sono le tempeste, cioè le resistenze dirette e aggressive quelle più forti contro la vocazione alla partenza; sono i venti contrari, sono le ragioni... ragionevoli che rendono faticosa la traversata.
Nell'animazione vocazionale noi cerchiamo di accompagnare i giovani che hanno espresso il desiderio di conoscere la nostra famiglia missionaria, con il serio proposito di unirsi a noi nell'avventura di annunciare il vangelo fuori della propria terra di origine.
Non ho incontrato nessuno tra i giovani che abbia affrontato vere tempeste, ma tutti si sono imbattuti in molti venti contrari: il parroco, i famigliari, gli amici di scuola o di lavoro. Uno dei venti più insidiosi è questo: "Qui c'è bisogno più che in Africa e in Asia", oppure: "Si può fare del bene anche senza diventare missionari"... E aumenta la fatica di decidere!
È il momento di guardare con più attenzione la distesa delle acque e scorgere Gesù, la sua forte presenza e il suo mandato: "Andate!". È il momento di riascoltare il suo invito: "Ho altre pecore; anche quelle devo riunire".
È il momento di attingere la ragione della partenza non dai bisogni (che pur ci sono!), ma dall'amicizia con Gesù, dall'amore verso il Padre, dalla forza che viene dallo Spirito.
Forse Paolo vuol dire proprio questo quando scrive a Timoteo di "esercitarsi nella pietà", cioè di crescere nell'intimità con il Padre così da vivere i suoi stessi sentimenti e "soffrire" nel profondo del cuore il suo stesso ardente desiderio di salvezza universale. Si naviga contro-vento quando si sceglie la missione. Perché le forze non vengano meno è necessario penetrare sempre più nel "mistero della pietà".
Tocca a noi, nonostante le sottili e subdole obiezioni dei venti contrari, continuare a remare perché il Cristo sia annunciato ai pagani. "Noi infatti - continua Paolo nella stessa pagina a Timoteo - ci affatichiamo e combattiamo perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente, che è il salvatore di tutti gli uomini". Tutti gli uomini!








