Capire l’animo della gente, 50 anni di sacerdozio in Messico
A settembre la comunità parrocchiale di Lurate Caccivio era in festa per il mio 50° di Messa. La mia numerosa famiglia di coltivatori, originaria di Cittadella (Padova), dal 1952 vive tra Lurate Caccivio e Rovello Porro, dove abita mia sorella Lina, che spesso viene a trovarmi in Messico, dove lavoro dal 1964. Ci siamo ritrovati insieme per dire: "Grazie, Signore!".
Tra gli indigeni "nahuatl"
In cinquant'anni di vita missionaria in Messico mi sono adattato a varie situazioni. Per anni ero stato missionario in città, dove già c'era un certo benessere. Poi nel 1982, ero stato destinato tra gli indigeni nahuatl nella regione Huasteca, e ho fatto un passo avanti: nuova lingua, nuove tradizioni, e soprattutto stavo sempre in mezzo agli indigeni, giorno e notte.
I nahuatl erano appena usciti da una grossa ribellione contro i bianchi, padroni delle terre. Dedicai il primo anno allo studio della lingua e alla costruzione di una casa per le saveriane. Non capivo e non riuscivo a farmi capire da nessuno. In seguito ho costruito la parrocchia e lì sono entrato nel loro mondo.
Lavoravo a fianco della gente a scavare e raccogliere pietre per la costruzione. Nel pomeriggio, la cosa più bella erano le donne e i bambini, in lunga fila, che portavano l'acqua ai muratori, perché potessero proseguire il lavoro. Lì ho sentito l'anima della gente.
Toccanti erano anche le veglie notturne: tutta la notte insieme davanti all'icona del "Totata Jesus" - "nostro padre Gesù". Uomini e donne, giovani, ragazze e bambini lo accarezzavano e gli parlavano della famiglia, della comunità. A me veniva da piangere a vederli parlare ad alta voce con lui.
Tra i giovani di Arandas
In Messico mi aspettano in tanti. A fine settembre sono riprese le scuole, e io attualmente sono direttore di una scuola con 450 allievi. Affidandomi l'incarico, il superiore mi aveva chiesto di lasciare il lavoro tra i baraccati della missione di Torreon. Mi sembrava di tradire i fratelli che vivono in condizioni umilianti. Cercavo di tenerli uniti, per superare insieme i gravi problemi di violenza creati dai narco-trafficanti.
In realtà, alla mia età, mi faceva paura anche il fatto di tornare a lavorare tra i giovani. È un lavoro delicato: bisogna ascoltarli, dare loro tempo ed energie... Ma ho accettato la sfida e ora sono direttore della scuola saveriana ad Arandas.
Lì ci sono cose urgenti da sbrigare: la formazione di maestri che trasmettano ai ragazzi un'identità umana e cristiana; l'accompagnamento di genitori che sono spesso assenti dalla vita dei figli e aspettano dalla scuola la soluzione di tutti i problemi.
Soprattutto, torno volentieri perché il popolo messicano mi ha aiutato nel mio cammino di fede e vive un cristianesimo festoso.








