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C’è ancora bisogno di missionari

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Tre racconti di vita ordinaria

Cari amici, sentivo che un po' mi mancavate. In altre stagioni, che non sono l'estate, passo le mie mattinate a leggere e a rispondere alle vostre lettere. Ogni giorno. E' come se l'ufficio dove ho la macchina da scrivere si riempisse di voci. E' uno sguardo sul mondo, che i giornali ignorano. Un giornale dell'anima, ammobiliato dei vostri volti segnati dalla vita e dalla sofferenza, dall'amore e dal lavoro di storie vere, che arrivano, lasciano un ricordo che non si cancella mai.

Durante l'estate le lettere arrivano rare. Anche chi ama la missione, la gente della missione, va in vacanza. E' naturale. E' un dovere. Un diritto. Un diritto e un dovere naturale. Così io, vecchio missionario, ho passato la mia estate a fare la sentinella del mattino nel santuario del Crocifisso. Fuori pioveva, tornava il sole, arrivavano le inondazioni e la canicola, ma il mio pensiero tornava su alcuni incontri che hanno marcato la mia estate.

1. In chiesa mi sono annoiato

Una mattina, com'è mia abitudine, avevo già portato i vostri volti ei vostri nomi davanti al bellissimo Crocifisso. Prima che il sole sorgesse avevo pregato perché voi continuiate a restare illuminati dalla fede in Gesù Cristo, dalla missione e dalla solidarietà verso chi soffre nel mondo.

Avevo pregato in portoghese, col vecchio breviario che mi dava forza quando ancora ero missionario in Brasile. Poi mi ero recato in clinica, per consolare alcuni malati.

Per strada mi ero imbattuto in un uomo. Distinto. Parlava come un fiume in piena per dirmi che gli occorreva un lavoro fisso per metter su famiglia. Aveva gli occhi persi: «Sono entrato anche in chiesa. Ma mi sono annoiato perché era buia. E poi c'era silenzio. E allora mi sono chiesto - che cosa ci sto a fare qui, io che non trovo lavoro?»

Lo ricordo come se fosse adesso. Erano le nove e trenta di una mattina che preparava la pioggia e quell'incontro mi ha fatto perdere la memoria di quanto avrei dovuto fare. Di colpo mi sono ritrovato in Amazzonia, dove mi ero rotto la schiena a costruire una chiesa insieme ai miei cristiani, rubando i sassi al grande fiume.

Gli uomini facevano crescere i muri, i giovani portavano sabbia e cemento, le donne e le ragazze a cucinare pasta e fagioli. Per tutti. Tutti quanti ci nutrivamo dell'orgoglio di preparare la casa del Signore, tra le capanne della gente. Mai e poi mai li avrei sentiti dire: «In chiesa ci annoieremo, perché è buia e c'è silenzio». Anzi, nella comunità cresceva il desiderio di poter un giorno cantare in chiesa al Signore e pregare per i bimbi ed i vecchi.

Alla fine mi sono detto: «Coraggio, padre Giuseppe, prega il Signore che ti mantenga giovane. Il mondo ha ancora bisogno di missionari».

2. Troppo tardi per comunicare ·

Avevano ricoverato in ospedale il papà di certi amici, professionisti, gente per bene. Settantotto anni, un artigiano del ferro battuto, raro per professionalità e genio. Alle 15.30 di un giorno di agosto, improvvisamente è stato colpito da ictus e infarto.

Era già stato ricoverato, quando gli amici mi avevano telefonato per comunicarmi la notizia. Dissi loro tutta la mia amicizia e mi proposi per rendergli visita: «Non ora, perché non pensi che la sua situazione è grave». Qualche giorno più tardi mi interessai della sua situazione e mi riproposi. Inutilmente: «Aspettiamo che si aggravi ulteriormente prima della visita di padre Giuseppe».

Per una discrezione che in missione non avrei mai usato, mi misi da parte, mentre la famiglia continuava a prodigarsi lodevolmente, per il sig. Mario. Avevo anche sentito dire da qualcuno di loro: «Mi sa che quest'anno dovremo rinunciare anche alle ferie ... ».

Un giorno finalmente mi invitarono: «Il papà avrebbe piacere di parlarle». Corsi trafelato al suo capezzale. Era in sala di rianimazione. Non parlava più. Con un cenno della mano si fece passare una lavagnetta bianca. E con pennarello scrisse in calligrafia tremolante: "Troppo tardi, non posso più comunicare".

E chiuse gli occhi, in tempo per permettere alla sua famiglia di andare in ferie. Ed io, attonito, mi sono trovato ancora una volta a dire a me stesso: «Coraggio, padre Giuseppe, prega il Signore che rinnovi la tua giovinezza. Il mondo ha ancora bisogno di missionari per far comprendere quanto i beni spirituali siano più importanti dei beni di consumo ...».

3. Non sanno amare l'amore

E' accaduto a Pertuso, sopra Ferriere, durante i giorni di ferragosto. Un bambino di quinta elementare ha fatto vivere un ferragosto alternativo ai villeggianti che si erano arrampicati in quell'angolo di paradiso.

Preso dal desiderio di aiutare i ragazzi del Burundi, dei quali aveva sentito parlare a scuola, ha voluto far sapere a tutti quanto le insegnanti avevano spiegato. Che cioè, in quel periodo, settemila ragazzi e ragazze africane erano impegnate in un campo di lavoro per riparare le capanne delle persone anziane, danneggiate dalla guerra. In compenso a ciascuno e a ciascuna di loro i missionari avrebbero dato un kit di quaderni, di matite e di biro, cose necessarie per l'iscrizione al nuovo anno scolastico.

La notizia mi è giunta confusa e ho ovviamente voglia di conoscerla nei dettagli, perché è troppo simpatica. Ho comunque inteso dire che quel ragazzo ha cominciato in casa, coinvolgendo i genitori. Ma subito la sua simpatica proposta aveva infervorato anche i vicini di casa.

A Pertuso pioveva. Ma la gente non se ne accorgeva, perché quel gruppo di casette dell'Appennino era stato trasformato in un piccolo laboratorio, dove genitori e figli impegnavano la loro bravura artistica a preparare oggetti, dipinti, ricami, gadget vari. Terminato il ferragosto, quando i villeggianti di Pertuso si apprestavano a scendere in città, erano già state fatturate, tra amici, conoscenti, villeggianti, qualcosa come ottocentomila vecchie lire di artigianato missionario.

Qualche giorno dopo alcune centinaia di ragazzi africani avevano in mano il kit di quaderni, necessari per iscriversi a scuola. Questa volta, anch'io, vecchio missionario, ho gioito e ho ringraziato il Signore perché sento che la missione è passata di mano: «Coraggio, padre Giuseppe, ringrazia il Signore perché nei bambini è ancora assente la memoria del male e del! 'invecchiamento che avanza nel mondo, perché tanti uomini e donne non sanno amare l'amore. La natura dei bambini, al contra rio, è quella di saper amare l'amore».

Che bello! Non è vero?



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