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Asia: Il missionario non è un "Cavaliere Solitario"

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L'esperienza di un saveriano indonesiano in Bangladesh>

Da un decennio, i saveriani lavorano tra alcune tribù di Noluakuri, nel Bangladesh settentrionale. I pionieri di questa presenza missionaria sono stati p. Tonino Decembrino e fr. Sandro Tasca, ambedue scomparsi; il primo per febbre malarica; l’altro per infarto.

Vi hanno lavorato anche i pp. Benjamin Gomez e Silvano Garello

Ora c’è p. Anton, un saveriano di origine indonesiana, pittore e musicista. La sua è una esperienza stimolante.

Qualunque cosa abbiamo fatto e faremo è per proclamare il regno di Dio, l’amore verso i poveri, il perdono e il dialogo, e promuovere la giustizia in spirito di fraternità. Questo è l’obiettivo della nostra vita. A volte facciamo degli errori, ma ci giungono anche prove che stiamo camminando nella giusta direzione. Nella missione di Noluakuri, i cattolici sono complessivamente 550 persone; circa cento famiglie. E’ gente che sta ancora lottando per procurarsi il cibo quotidiano e fa difficoltà a dedicare tempo ed energie a servizio del vangelo.

Vangelo e sviluppo per tutti

Il missionario non può essere "un cavaliere solitario" nell’annuncio del vangelo ai non cristiani. Proclamare il vangelo è una questione ecclesiale.

Se la "nostra" gente è debole all’interno della comunità stessa, come può annunciare il vangelo tra i non cristiani, fuori della comunità? Per questo, stiamo cercando di costruire una comunità cristiana che sia capace di pregare e leggere la bibbia nelle case, di impegnarsi regolarmente all’annuncio del Vangelo.

E’ difficile definire quanto sia profonda la fede di una persona o di una comunità. Ma una cosa che mi fa riflettere profondamente: perché mai dovrei spendere tanto tempo e fatiche in attività pastorali, per formare nella fede i 500 battezzati? Credo che Dio vive nella comunità cristiana. Ma il mio ruolo non è solo quello di stare sull’altare, circondato da cattolici. Come missionario, quando spezzo il pane eucaristico, mi ricordo che Gesù è di tutti e per tutti, hindu e musulmani compresi.

Proprio in questo contesto, l’impegno per lo sviluppo umano è necessario per mettere in pratica la fede e rendere presente il sacramento della salvezza in mezzo all’umanità intera. Per facilitare lo sviluppo umano, dobbiamo cercare di mantenere un rapporto equilibrato tra la vita spirituale e l’impegno sociale.

Un esempio. Cerchiamo di facilitare l’accesso alle cure mediche, visitando i pazienti più poveri e indirizzandoli ai centri di assistenza vicini. Pur non avendo un dispensario, la nostra casa di accoglienza è come un’oasi dove i pazienti trovano affetto e comprensione. Noi trattiamo con persone, non con malattie. A questo servizio si dedica efficacemente Bibha Jambil. E’ lei che parla con i malati, dà loro consigli utili, scrive la lettera di accompagnamento per il centro di assistenza.

Io visito i villaggi e mi intrattengo con i malati. Le donne musulmane non sono libere di uscire di casa per procurarsi le medicine loro necessarie, senza i propri mariti. Fortunatamente questi si fidano del missionario e permettono che parli con le loro mogli. Trattare i malati con gentilezza e ascoltarli è già una prima "cura integrale". La presenza del missionario nella loro casa li fa sentire spiritualmente benedetti e, almeno in parte, risanati.

Un assillo: come raggiungere tutti?

Spesso mi domando: quale impatto ha il nostro lavoro missionario?

Vedo che c’è interesse per la scuola, per l’assistenza medica e per gli altri servizi che cerchiamo di offrire. Oltre a questo, fino ad ora non è pervenuta alcuna richiesta seria, da parte di persone o famiglie, di conoscere il cristianesimo.

Come missionario, visito i villaggi degli hindu e dei musulmani per fare amicizia e ascoltare i loro problemi. Partecipo alle loro feste religiose, per essere solidale e per comprendere il loro modo di collegare la religione alla realtà della vita. Data la mia origine asiatica, intuisco che, per questa gente tra cui vivo, la religiosità non consiste in "avere qualcosa" ma nel "percepire qualcosa e farne esperienza". Per loro la religione non è un insieme di principi dogmatici che possono essere spiegati a parole con l’aiuto di argomentazioni intellettuali, come ad esempio le verità cristiane. Per questo, anche la semplice presenza del missionario suscita nella gente forti sentimenti emotivi e li rende felici. Dicono: "La tua presenza è per noi una buona notizia".

Tuttavia, dopo quattro anni trascorsi nella missione di Noluakuri, mi domando in coscienza: come missionario, quanto tempo ho dedicato ai non-cristiani, che sono la maggioranza? E’ giusto che io lavori cinque ore al giorno con i "miei" 500 cristiani? e solo quattro ore per i 4000 hindu e i 50.000 musulmani?

p. Anton Wahyudi,sx - >indonesiano in Bangladesh.>



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